Rettile mummificato di 289 milioni di anni svela l’origine della respirazione

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Un rettile mummificato di 289 milioni di anni svela come la respirazione terrestre ha avuto inizio

Ogni respiro che un essere vivente compie sulla terraferma ha radici antichissime. Un rettile mummificato vecchio di 289 milioni di anni, scoperto in una grotta dell’Oklahoma, sta riscrivendo le conoscenze su come gli animali vertebrati abbiano iniziato a respirare fuori dall’acqua. Si chiama Captorhinus aguti, era grande pochi centimetri e somigliava a una piccola lucertola. Eppure nascondeva dentro di sé la più antica testimonianza conosciuta del sistema di respirazione basato sulle costole, lo stesso meccanismo che oggi fa funzionare i polmoni di rettili, uccelli e mammiferi. Lo studio, pubblicato su Nature nell’aprile 2026, è il frutto di un lavoro internazionale guidato da ricercatori dell’Università di Toronto e di Harvard.

La cosa straordinaria non è solo l’età del fossile. È quello che contiene. Oltre alle ossa, il Captorhinus conserva pelle tridimensionale, cartilagine calcificata e persino tracce di proteine originali. Queste ultime sono quasi 100 milioni di anni più vecchie di qualsiasi altra proteina mai identificata in un fossile. Un dato che, da solo, basterebbe a far tremare le fondamenta della paleontologia molecolare.

Condizioni uniche e tecnologia avanzata per una scoperta eccezionale

Il fossile proviene dai sistemi di grotte vicino a Richards Spur, in Oklahoma, un sito famoso per la straordinaria conservazione di vita terrestre del tardo Paleozoico. Lì, idrocarburi provenienti da infiltrazioni petrolifere e fango privo di ossigeno hanno protetto non solo le ossa ma anche tessuti delicati come pelle e cartilagine. Il risultato è un fossile mummificato in tre dimensioni, congelato nella sua posizione finale con un braccio ripiegato sotto il corpo.

Per studiarlo senza danneggiarlo, i ricercatori hanno usato la tomografia computerizzata a neutroni in una struttura specializzata in Australia. Le scansioni hanno rivelato dettagli nascosti sotto la roccia: una pelle squamosa con una texture a fisarmonica, molto simile a quella delle attuali lucertole vermiformi. Ma la vera sorpresa stava più in profondità. Analizzando tre esemplari di Captorhinus, il team ha ricostruito un sistema respiratorio completo che include uno sterno cartilagineo segmentato, costole sternali e connessioni tra la gabbia toracica e il cingolo scapolare.

Dalla respirazione cutanea al dominio della terraferma

Prima che questo sistema si evolvesse, gli anfibi respiravano attraverso la pelle e spingevano l’aria nei polmoni con movimenti della bocca e della gola. Funzionava, certo, ma poneva limiti enormi ai livelli di attività. La respirazione costale documentata nel Captorhinus rappresenta un salto evolutivo formidabile: muscoli intercostali che espandono e comprimono la cavità toracica, portando più ossigeno e rimuovendo anidride carbonica in modo molto più efficiente.

Come ha spiegato Ethan Mooney, dottorando ad Harvard e coautore dello studio, questa innovazione è stata rivoluzionaria perché ha permesso ai primi amnioti di adottare uno stile di vita decisamente più attivo. Il professor Robert R. Reisz, dell’Università di Toronto, ha aggiunto che il sistema trovato nel Captorhinus rappresenta probabilmente la condizione ancestrale della respirazione assistita dalle costole presente oggi in rettili, uccelli e mammiferi.

In pratica, quel piccolo rettile mummificato di 289 milioni di anni fa non era solo un animale che cercava riparo in una grotta dell’Oklahoma. Era un pioniere biologico, dotato di un’architettura respiratoria che avrebbe cambiato per sempre il destino della vita sulla terraferma. I fossili sono ora conservati al Royal Ontario Museum di Toronto, dove restano a disposizione per ulteriori studi. E qualcosa dice che non hanno ancora finito di raccontare la loro storia.

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