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	<title>rinnovabili Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Idrogeno naturale, scoperta una riserva enorme sotto il Canada</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 16:23:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Canada]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sotto il Canada si nasconde una riserva enorme di idrogeno naturale Una scoperta che potrebbe riscrivere le regole del gioco energetico globale arriva dritta dalle profondità della crosta terrestre canadese. L'idrogeno naturale, noto anche come idrogeno bianco, sta emergendo in quantità...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Sotto il Canada si nasconde una riserva enorme di idrogeno naturale</h2>
<p>Una scoperta che potrebbe riscrivere le regole del gioco energetico globale arriva dritta dalle profondità della crosta terrestre canadese. L&#8217;<strong>idrogeno naturale</strong>, noto anche come <strong>idrogeno bianco</strong>, sta emergendo in quantità sorprendenti dalle rocce antichissime dello <strong>Scudo Canadese</strong>, e la cosa davvero notevole è che il flusso non si ferma. Va avanti da anni, in modo costante, senza bisogno di processi industriali, senza emissioni di carbonio. Praticamente, la Terra lo produce da sola.</p>
<p>Il gruppo di ricerca, guidato dalla professoressa <strong>Barbara Sherwood Lollar</strong> dell&#8217;Università di Toronto insieme a colleghi dell&#8217;Università di Ottawa, ha pubblicato i risultati sulla rivista <em>Proceedings of the National Academy of Sciences</em>. Per la prima volta, sono state effettuate misurazioni dirette e prolungate nel tempo del gas che fuoriesce da rocce vecchie miliardi di anni. E i numeri parlano chiaro.</p>
<h2>Quanto idrogeno naturale esce da una sola miniera in Ontario</h2>
<p>Le rilevazioni sono state raccolte in una miniera attiva vicino a <strong>Timmins, nell&#8217;Ontario settentrionale</strong>. Ogni singolo pozzo trivellato nella roccia rilascia in media circa 8 chilogrammi di idrogeno naturale all&#8217;anno. Sembra poco, detto così. Ma quella miniera conta quasi 15.000 pozzi. Moltiplicate e il totale supera le <strong>140 tonnellate annue</strong>, sufficienti a generare circa 4,7 milioni di kilowatt di energia. Abbastanza per coprire il fabbisogno di oltre 400 abitazioni, partendo da un solo sito.</p>
<p>Il flusso, secondo lo studio, può mantenersi stabile per almeno un decennio. E questo cambia tutto rispetto alle stime teoriche che circolavano finora, perché ora esistono dati reali, misurati sul campo.</p>
<h2>Perché l&#8217;idrogeno bianco potrebbe cambiare le carte in tavola</h2>
<p>L&#8217;economia globale dell&#8217;<strong>idrogeno</strong> vale circa 135 miliardi di dollari. Fertilizzanti, acciaio, metanolo: sono settori che ne dipendono pesantemente. Il problema è che la quasi totalità dell&#8217;idrogeno oggi viene prodotta bruciando combustibili fossili, con tutto ciò che ne consegue in termini di emissioni di CO2. Anche il cosiddetto <strong>idrogeno verde</strong>, ottenuto con energia rinnovabile, resta costoso e richiede infrastrutture complesse per trasporto e stoccaggio.</p>
<p>L&#8217;idrogeno naturale, invece, si forma attraverso reazioni chimiche sotterranee tra le rocce e le acque presenti nel sottosuolo. Non servono impianti industriali, non servono enormi quantità di energia per produrlo. Ed è qui che il Canada potrebbe trovarsi seduto su una risorsa strategica enorme. Le concentrazioni più alte di idrogeno bianco coincidono con aree già note per l&#8217;attività mineraria: Ontario settentrionale, Quebec, Nunavut, Territori del Nord Ovest.</p>
<p>Oliver Warr, coautore dello studio e professore all&#8217;Università di Ottawa, sottolinea un aspetto pratico fondamentale: le stesse rocce che contengono nichel, rame e diamanti producono anche questo gas. La vicinanza tra risorse minerarie e <strong>produzione di idrogeno</strong> eliminerebbe la necessità di costruire lunghe rotte di trasporto o grandi infrastrutture dedicate.</p>
<p>Le comunità del nord, che spesso pagano costi elevatissimi per il trasporto di carburante, potrebbero beneficiarne in modo diretto. Energia locale, più economica, con un impatto ambientale drasticamente ridotto.</p>
<p>La corsa globale per rendere l&#8217;idrogeno più accessibile e meno inquinante è già partita. E questa scoperta, con le sue misurazioni concrete e i suoi numeri verificabili, aggiunge un tassello che fino a poco tempo fa mancava del tutto. Rocce simili a quelle dello Scudo Canadese esistono in molti altri Paesi del mondo, il che lascia intendere che il potenziale dell&#8217;idrogeno naturale potrebbe essere molto più vasto di quanto chiunque avesse immaginato.</p>
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		<title>Idrogeno pulito senza platino: la scoperta che cambia tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/idrogeno-pulito-senza-platino-la-scoperta-che-cambia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 06:23:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[catalizzatore]]></category>
		<category><![CDATA[elettrolizzatore]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un catalizzatore senza platino potrebbe rivoluzionare la produzione di idrogeno pulito Produrre idrogeno pulito a costi accessibili è una delle sfide più concrete della transizione energetica. E una scoperta recente della Washington University di St. Louis potrebbe aver spostato l'asticella in modo...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un catalizzatore senza platino potrebbe rivoluzionare la produzione di idrogeno pulito</h2>
<p>Produrre <strong>idrogeno pulito</strong> a costi accessibili è una delle sfide più concrete della transizione energetica. E una scoperta recente della <strong>Washington University di St. Louis</strong> potrebbe aver spostato l&#8217;asticella in modo significativo: un gruppo di ricercatori ha sviluppato un nuovo <strong>catalizzatore privo di platino</strong> in grado di separare l&#8217;idrogeno dall&#8217;acqua con un&#8217;efficienza sorprendente e una durabilità che finora sembrava fuori portata per materiali non preziosi.</p>
<p>Il problema, in fondo, è sempre stato lo stesso. Le tecnologie per produrre idrogeno da fonti rinnovabili esistono già, ma si scontrano con il costo elevatissimo dei materiali necessari, in particolare i <strong>metalli del gruppo del platino</strong>. Chi lavora nel settore lo sa bene: senza un&#8217;alternativa credibile a quei metalli, parlare di idrogeno verde su larga scala resta più un esercizio teorico che un piano industriale realistico.</p>
<p>Il team guidato dal professor Gang Wu ha preso una strada diversa. Ha combinato due fosfuri, il <strong>fosfuro di renio</strong> (Re2P) e il <strong>fosfuro di molibdeno</strong> (MoP), per creare un materiale composito da impiegare in un elettrolizzatore a membrana a scambio anionico. In parole semplici: un dispositivo che usa elettricità da fonti rinnovabili per spezzare le molecole d&#8217;acqua e ottenere idrogeno. Il renio facilita l&#8217;aggancio e il rilascio dell&#8217;idrogeno sulla superficie del catalizzatore, mentre il molibdeno accelera la scissione dell&#8217;acqua nell&#8217;elettrolita alcalino. Due ruoli complementari che, messi insieme, funzionano meglio di quanto ci si aspettasse.</p>
<h2>Prestazioni che superano anche i materiali a base di platino</h2>
<p>Ecco il dato che colpisce davvero: abbinato a un anodo in nichel e ferro, questo catalizzatore ha superato nelle prestazioni persino i catodi più avanzati basati su metalli preziosi. E non si parla solo di efficienza in laboratorio. Il sistema ha funzionato per oltre <strong>1.000 ore consecutive</strong> a densità di corrente industriali, tra 1 e 2 ampere per centimetro quadrato. Per un materiale senza platino, è un traguardo notevole.</p>
<p>Wu ha spiegato che il catalizzatore ha mostrato la resistenza più bassa nell&#8217;intero intervallo di potenziale studiato, il che indica una cinetica di adsorbimento dell&#8217;idrogeno tra le più rapide mai osservate in questa categoria. Un risultato che rende questo assemblaggio tra i più promettenti per applicazioni reali negli elettrolizzatori a membrana a scambio anionico.</p>
<h2>Dalla scala di laboratorio alla produzione industriale</h2>
<p>Naturalmente, i test sono stati condotti in ambiente controllato. Ma il gruppo di ricerca sta già lavorando per capire se la tecnologia possa essere scalata a livello industriale. Se i risultati dovessero reggere anche fuori dal laboratorio, il percorso verso una <strong>produzione di idrogeno pulito</strong> davvero economica potrebbe accorciarsi in modo tangibile.</p>
<p>La ricerca, pubblicata sul Journal of the American Chemical Society nel maggio 2026, è stata finanziata con i fondi del laboratorio di Wu alla Washington University. Non parliamo di un progetto con budget miliardari alle spalle, il che rende il tutto ancora più interessante. Perché dimostra che a volte, per cambiare le regole del gioco nell&#8217;<strong>energia rinnovabile</strong>, serve più ingegno che denaro.</p>
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		<title>Energia solare intrappolata in una molecola: la scoperta che cambia tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/energia-solare-intrappolata-in-una-molecola-la-scoperta-che-cambia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 04:23:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[accumulo]]></category>
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		<category><![CDATA[calore]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Imbottigliare il sole: la molecola che accumula energia solare e la rilascia come calore Una batteria solare ricaricabile capace di intrappolare la luce del sole dentro minuscole molecole e restituirla sotto forma di calore anche ore dopo il tramonto. Sembra fantascienza, eppure è esattamente...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Imbottigliare il sole: la molecola che accumula energia solare e la rilascia come calore</h2>
<p>Una <strong>batteria solare ricaricabile</strong> capace di intrappolare la luce del sole dentro minuscole molecole e restituirla sotto forma di calore anche ore dopo il tramonto. Sembra fantascienza, eppure è esattamente quello che un gruppo di ricercatori della <strong>University of California Santa Barbara</strong> è riuscito a realizzare. Il risultato, pubblicato sulla rivista Science nel maggio 2026, apre scenari davvero interessanti per chi si occupa di <strong>accumulo di energia solare</strong>, un tema che da anni rappresenta il tallone d&#8217;Achille delle rinnovabili.</p>
<p>Il problema è noto a chiunque abbia un pannello fotovoltaico sul tetto: quando il sole tramonta, la produzione si ferma. E per coprire le ore serali o le giornate nuvolose servono sistemi di accumulo, che spesso significa batterie ingombranti, costose e con una durata limitata. Il team guidato dalla professoressa <strong>Grace Han</strong> ha preso una strada completamente diversa, lavorando su una molecola organica modificata chiamata <strong>pirimidone</strong> che funziona un po&#8217; come una molla compressa: assorbe la luce solare, si trasforma in uno stato ad alta energia e resta così, stabile, finché non viene attivata da un piccolo stimolo termico o da un catalizzatore. A quel punto rilascia tutta l&#8217;energia immagazzinata sotto forma di calore.</p>
<h2>L&#8217;ispirazione dal DNA e dagli occhiali fotocromatici</h2>
<p>La cosa affascinante è da dove arriva l&#8217;idea. Il gruppo di ricerca si è ispirato al <strong>DNA</strong>, nello specifico a un componente naturale che cambia forma in modo reversibile quando viene esposto alla luce ultravioletta. Han Nguyen, dottorando e primo autore dello studio, ha usato un paragone molto efficace: gli occhiali fotocromatici, quelli che si scuriscono al sole e tornano trasparenti al chiuso. Lo stesso principio, ma applicato non al colore bensì allo <strong>stoccaggio di energia</strong>.</p>
<p>I numeri sono notevoli. La molecola riesce a immagazzinare oltre <strong>1,6 megajoule per chilogrammo</strong>, contro gli 0,9 MJ/kg di una batteria al litio convenzionale. Più energia per unità di peso, senza metalli rari, senza componenti elettronici complessi. E soprattutto con la possibilità di ricaricare e riutilizzare il materiale centinaia di volte. Le simulazioni computazionali, realizzate in collaborazione con il professor Ken Houk della UCLA, hanno confermato che la molecola può trattenere l&#8217;energia accumulata per anni senza perdite significative.</p>
<h2>Far bollire l&#8217;acqua con la luce del sole immagazzinata</h2>
<p>Il passaggio dalla teoria alla pratica è stato altrettanto convincente. Durante gli esperimenti, i ricercatori hanno dimostrato che il materiale è in grado di rilasciare calore sufficiente a <strong>far bollire l&#8217;acqua</strong> in condizioni ambientali normali. Un traguardo che nel campo della tecnologia <strong>MOST</strong> (Molecular Solar Thermal) non era mai stato raggiunto con questa efficacia.</p>
<p>Le applicazioni potenziali sono diverse e concrete. Sistemi di riscaldamento off grid per campeggio, acqua calda domestica senza caldaia a gas, oppure collettori solari da tetto in cui il liquido circola durante il giorno, accumula energia e la rilascia di notte da un serbatoio. Come ha sottolineato il coautore Benjamin Baker, con questa tecnologia il materiale stesso diventa la batteria, eliminando la necessità di un sistema di accumulo separato.</p>
<p>Il progetto ha ricevuto il sostegno della <strong>Moore Inventor Fellowship</strong>, assegnata alla professoressa Han nel 2025 proprio per sviluppare queste batterie solari ricaricabili. Non è ancora un prodotto pronto per il mercato, questo va detto con onestà. Ma l&#8217;idea di poter letteralmente imbottigliare il sole dentro una molecola e riutilizzarlo quando serve rappresenta un cambio di paradigma che vale la pena tenere d&#8217;occhio.</p>
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		<title>Blue energy, potenza triplicata grazie a un trucco molecolare</title>
		<link>https://tecnoapple.it/blue-energy-potenza-triplicata-grazie-a-un-trucco-molecolare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 06:45:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[blue energy]]></category>
		<category><![CDATA[ioni]]></category>
		<category><![CDATA[lipidiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Blue energy, la scoperta che potrebbe cambiare tutto: potenza triplicata grazie a un trucco molecolare La cosiddetta blue energy, ovvero l'energia che si genera dall'incontro tra acqua dolce e acqua salata, è da anni una delle promesse più affascinanti nel campo delle energie rinnovabili. Un'idea...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Blue energy, la scoperta che potrebbe cambiare tutto: potenza triplicata grazie a un trucco molecolare</h2>
<p>La cosiddetta <strong>blue energy</strong>, ovvero l&#8217;energia che si genera dall&#8217;incontro tra acqua dolce e acqua salata, è da anni una delle promesse più affascinanti nel campo delle <strong>energie rinnovabili</strong>. Un&#8217;idea semplice in teoria, complicatissima nella pratica. Ora però un gruppo di scienziati sembra aver trovato il modo di farla funzionare davvero, e i numeri sono piuttosto impressionanti: la potenza generata è circa il doppio o il triplo rispetto alle tecnologie attuali. Non male, per un campo che molti consideravano ancora troppo acerbo per competere sul serio.</p>
<p>Il meccanismo alla base della <strong>energia osmotica</strong> è noto da tempo. Quando acqua salata e acqua dolce si mescolano, il movimento naturale degli ioni attraverso una membrana produce una differenza di potenziale elettrico. Il problema è sempre stato lo stesso: far passare quegli ioni in modo efficiente e selettivo attraverso i <strong>nanopori</strong> della membrana, senza perdere troppa energia lungo il percorso. Finora i risultati erano stati modesti, troppo modesti per giustificare investimenti su larga scala.</p>
<h2>Il trucco delle molecole lipidiche</h2>
<p>Ed è qui che arriva la novità. I ricercatori hanno pensato di rivestire i nanopori con <strong>molecole lipidiche</strong>, quelle stesse molecole che compongono le membrane delle cellule biologiche. Questo rivestimento crea uno strato d&#8217;acqua a bassissimo attrito lungo le pareti dei pori, una sorta di corsia preferenziale per gli ioni. Il risultato è che gli ioni scorrono attraverso la membrana con molta più facilità, mantenendo allo stesso tempo un&#8217;elevata <strong>selettività ionica</strong>. In pratica, passano gli ioni giusti, e lo fanno velocemente.</p>
<p>Il prototipo di membrana sviluppato dal team ha prodotto una potenza dalle due alle tre volte superiore rispetto a quella delle tecnologie attualmente disponibili per la blue energy. È un salto significativo, di quelli che fanno alzare le sopracciglia anche ai più scettici. Perché non si tratta di un miglioramento marginale o di un risultato ottenuto solo in condizioni di laboratorio irrealistiche: l&#8217;approccio biomimetico, ispirato cioè a come la natura gestisce il trasporto ionico nelle cellule, sembra avere una solidità concettuale che va oltre il semplice esperimento.</p>
<h2>Cosa cambia per il futuro dell&#8217;energia osmotica</h2>
<p>Va detto con onestà: siamo ancora lontani dal vedere <strong>centrali a energia osmotica</strong> spuntare alle foci dei fiumi. Le sfide ingegneristiche restano enormi. Produrre membrane di questo tipo su scala industriale, mantenerle funzionanti nel tempo a contatto con acqua di mare reale (che non è esattamente pulita come quella di laboratorio), gestire i costi. Sono tutti nodi ancora da sciogliere.</p>
<p>Però questa scoperta sposta la blue energy un po&#8217; più in là lungo quel percorso che separa un&#8217;idea interessante da una tecnologia praticabile. Il fatto che basti un rivestimento lipidico per ottenere un miglioramento così marcato delle prestazioni suggerisce che il margine di ottimizzazione sia ancora ampio. E quando una tecnologia ha margini di miglioramento così evidenti, l&#8217;attenzione degli investitori e dei centri di ricerca tende a crescere in fretta.</p>
<p>L&#8217;acqua dolce che incontra l&#8217;acqua salata è un fenomeno che avviene continuamente, in ogni estuario del pianeta. È <strong>energia che va sprecata</strong> ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Se un giorno la blue energy riuscirà a catturare anche solo una frazione di quel potenziale, il contributo al mix energetico globale potrebbe essere tutt&#8217;altro che trascurabile. E questa ricerca, con il suo approccio elegante e i suoi risultati concreti, è forse il segnale più convincente arrivato finora che quella direzione vale la pena di essere esplorata sul serio.</p>
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		<item>
		<title>Idrogeno verde senza PFAS: il progetto europeo che cambia tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/idrogeno-verde-senza-pfas-il-progetto-europeo-che-cambia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 05:39:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[elettrolisi]]></category>
		<category><![CDATA[idrogeno]]></category>
		<category><![CDATA[iridio]]></category>
		<category><![CDATA[PFAS]]></category>
		<category><![CDATA[rinnovabili]]></category>
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		<category><![CDATA[SUPREME]]></category>
		<category><![CDATA[transizione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'idrogeno verde ha un problema nascosto, ma la scienza potrebbe averlo risolto Quando si parla di transizione energetica, l'idrogeno verde viene spesso presentato come la soluzione definitiva. E in effetti lo sarebbe, se non fosse per un paio di ostacoli piuttosto seri che nessuno ama mettere in...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>L&#8217;idrogeno verde ha un problema nascosto, ma la scienza potrebbe averlo risolto</h2>
<p>Quando si parla di transizione energetica, l&#8217;<strong>idrogeno verde</strong> viene spesso presentato come la soluzione definitiva. E in effetti lo sarebbe, se non fosse per un paio di ostacoli piuttosto seri che nessuno ama mettere in primo piano. Costa troppo e, paradossalmente, la sua produzione dipende ancora da sostanze chimiche dannose per l&#8217;ambiente. Quelle che vengono chiamate <strong>PFAS</strong>, le cosiddette &#8220;sostanze chimiche eterne&#8221;, perché una volta rilasciate nell&#8217;ambiente non se ne vanno praticamente mai. Un progetto europeo chiamato <strong>SUPREME</strong> sta provando a cambiare le cose, e i primi segnali sono decisamente interessanti.</p>
<p>Il punto di partenza è semplice da capire. Oggi il metodo più promettente per produrre idrogeno verde si chiama <strong>elettrolisi PEM</strong> (dall&#8217;inglese proton exchange membrane). Funziona benissimo con le fonti rinnovabili, perché si adatta alle oscillazioni tipiche dell&#8217;energia eolica e solare. Il problema? Resta molto più costoso rispetto alla produzione di idrogeno da combustibili fossili. E poi c&#8217;è la questione dei PFAS, che l&#8217;Unione Europea ha già messo nel mirino con piani di eliminazione progressiva, proprio per i rischi che comportano per la salute e per gli ecosistemi. Insomma, l&#8217;idrogeno verde rischia di essere pulito solo a metà.</p>
<h2>Un progetto europeo per eliminare le sostanze eterne e abbattere i costi</h2>
<p>Ed è qui che entra in gioco il progetto SUPREME, finanziato dall&#8217;Unione Europea attraverso il programma <strong>CETPartnership</strong> (Clean Energy Transition Partnership) e cofinanziato dalla Commissione Europea. A guidare il consorzio è l&#8217;Università della Danimarca Meridionale, con la collaborazione della <strong>Graz University of Technology</strong> (TU Graz) e di altri partner sparsi per l&#8217;Europa. L&#8217;obiettivo dichiarato nei prossimi tre anni è sviluppare un sistema di elettrolisi completamente libero dai PFAS, più efficiente e con un utilizzo drasticamente ridotto di materie prime critiche come l&#8217;<strong>iridio</strong>.</p>
<p>Merit Bodner, dell&#8217;Istituto di Ingegneria Chimica e Tecnologia Ambientale della TU Graz, lo spiega con chiarezza: l&#8217;idrogeno viene già usato in quantità enormi come materia prima industriale, dalla produzione di ammoniaca a quella di metanolo, passando per il settore siderurgico. E la domanda è destinata solo a crescere. Se si riesce a eliminare le sostanze nocive dalla filiera produttiva e, contemporaneamente, a portare il prezzo dell&#8217;idrogeno verde a livelli competitivi con quello fossile, il passo avanti sarebbe enorme. Non solo per l&#8217;industria pesante, ma anche per lo stoccaggio dell&#8217;energia rinnovabile in eccesso, un tema che diventa sempre più urgente man mano che eolico e solare conquistano fette maggiori del mix energetico.</p>
<p>Il team della TU Graz ha un ruolo centrale nella valutazione di <strong>materiali alternativi ai PFAS</strong> già disponibili sul mercato. La domanda chiave è se questi materiali più sostenibili possano reggere il confronto con quelli attuali in termini di durata e prestazioni nell&#8217;uso industriale continuo. Nel frattempo, il consiglio scientifico turco TÜBITAK sta lavorando su una nuova generazione di <strong>membrane microporose</strong> prive di PFAS, pensate specificamente per i sistemi di elettrolisi di domani.</p>
<h2>Meno iridio, più riciclo: la sfida dei metalli rari</h2>
<p>L&#8217;altro fronte caldo riguarda l&#8217;iridio, un metallo del gruppo del platino indispensabile nell&#8217;elettrolisi PEM ma costosissimo e difficile da reperire. L&#8217;Università della Danimarca Meridionale e l&#8217;azienda britannica <strong>Ceimig</strong>, specializzata in metalli e catalizzatori, stanno esplorando strategie per tagliare l&#8217;uso di iridio fino al 75 percento. E non si fermano qui: stanno anche sviluppando metodi di <strong>riciclo</strong> capaci di recuperare circa il 90 percento dell&#8217;iridio ancora necessario nel processo.</p>
<p>Il progetto coinvolge anche altri partner con competenze molto specifiche. Il Fraunhofer ISE in Germania si occupa della produzione delle unità elettrodiche a membrana, mentre la società norvegese Element One Energy AS sta progettando un nuovo elettrolizzatore rotante pensato per migliorare le prestazioni complessive del sistema.</p>
<p>Quello che rende il progetto SUPREME davvero rilevante non è solo l&#8217;ambizione tecnica, ma il fatto che affronta contemporaneamente i due nodi più critici dell&#8217;idrogeno verde: il costo e l&#8217;impatto ambientale della produzione stessa. Perché se la soluzione al cambiamento climatico genera a sua volta inquinamento persistente, qualcosa non torna. E finalmente qualcuno sta provando a far quadrare i conti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/idrogeno-verde-senza-pfas-il-progetto-europeo-che-cambia-tutto/">Idrogeno verde senza PFAS: il progetto europeo che cambia tutto</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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