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	<title>sonde Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Sole, captato un segnale radio che ha battuto ogni record: è durato 19 giorni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 15:53:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[burst]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un segnale radio dal Sole che nessuno si aspettava Quando gli scienziati della NASA hanno captato un segnale radio solare nell'agosto 2025, sembrava la solita routine. I burst radio dal Sole sono fenomeni abbastanza comuni: durano qualche ora, a volte qualche giorno, poi si spengono. Niente di cui...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un segnale radio dal Sole che nessuno si aspettava</h2>
<p>Quando gli scienziati della <strong>NASA</strong> hanno captato un <strong>segnale radio solare</strong> nell&#8217;agosto 2025, sembrava la solita routine. I burst radio dal Sole sono fenomeni abbastanza comuni: durano qualche ora, a volte qualche giorno, poi si spengono. Niente di cui preoccuparsi troppo. Solo che questa volta qualcosa non tornava. Il segnale non si spegneva. Non dopo un giorno, non dopo cinque. Ha continuato per <strong>19 giorni consecutivi</strong>, polverizzando ogni record precedente per questo tipo di attività solare. Il vecchio primato? Cinque giorni appena. Parliamo di quasi quattro volte tanto.</p>
<p>L&#8217;evento rientra nella categoria dei cosiddetti <strong>burst radio di Tipo IV</strong>, prodotti da gruppi di elettroni ad alta energia intrappolati nei campi magnetici del Sole. Le onde radio in sé non rappresentano un pericolo diretto per chi sta sulla Terra, e questo è il lato rassicurante della faccenda. Ma le stesse condizioni magnetiche che generano questi segnali possono anche innescare eruzioni solari capaci di sparare particelle dannose nello spazio. E quelle particelle, ecco, sono un problema serio per <strong>satelliti</strong>, sonde e tutta la tecnologia che orbita vicino al nostro pianeta.</p>
<h2>Una flotta di sonde per inseguire il mistero</h2>
<p>Per capire cosa stesse succedendo davvero, i ricercatori hanno messo insieme le osservazioni di diverse missioni spaziali distribuite nel sistema solare interno. Tra queste, la sonda <strong>STEREO</strong> della NASA, il <strong>Parker Solar Probe</strong>, la sonda Wind e la missione Solar Orbiter, frutto della collaborazione tra ESA e NASA. Il bello è che, siccome il Sole ruota su se stesso, ciascuna sonda ha potuto osservare il burst radio quando entrava nel proprio campo visivo, catturando diversi giorni di dati. Come avere più telecamere piazzate in punti diversi di uno stadio: ognuna riprende un pezzo dello spettacolo, e alla fine si ricostruisce tutto.</p>
<p>Grazie alle informazioni raccolte da STEREO, il team ha anche sviluppato una tecnica nuova per risalire all&#8217;origine del segnale. Il risultato? Il <strong>segnale radio solare</strong> proveniva da una gigantesca struttura magnetica nell&#8217;atmosfera del Sole chiamata <strong>helmet streamer</strong>, riconoscibile per la sua caratteristica forma a V, ben visibile durante le eclissi totali. Secondo gli scienziati, a mantenere vivo il burst per tutti quei 19 giorni sarebbero state tre espulsioni di massa coronale partite dalla stessa regione del Sole. Esplosioni enormi che rilasciano nubi di particelle cariche ed energia magnetica nello spazio profondo.</p>
<h2>Perché questa scoperta conta davvero</h2>
<p>I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista <strong>Astrophysical Journal Letters</strong> nel maggio 2026, non sono solo una curiosità scientifica. Capire come e perché un burst radio di Tipo IV possa durare così a lungo aiuta chi si occupa di <strong>previsioni meteorologiche spaziali</strong> a riconoscere prima questi eventi anomali. E riconoscerli prima significa proteggere meglio satelliti, astronauti e infrastrutture tecnologiche dalle conseguenze più pericolose dell&#8217;attività solare. In un&#8217;epoca in cui dipendiamo sempre più dalla tecnologia in orbita, avere qualche giorno di preavviso in più non è un lusso. È una necessità.</p>
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		<title>NASA: il chip AI che potrebbe rendere le sonde spaziali autonome</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 20:23:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia]]></category>
		<category><![CDATA[chip]]></category>
		<category><![CDATA[missioni]]></category>
		<category><![CDATA[NASA]]></category>
		<category><![CDATA[processore]]></category>
		<category><![CDATA[radiazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il chip AI della NASA che potrebbe rendere le sonde spaziali autonome Un chip AI spaziale della NASA potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui le sonde operano nello spazio profondo. Non si tratta di un aggiornamento qualsiasi: il processore in fase di test presso il Jet Propulsion Laboratory...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il chip AI della NASA che potrebbe rendere le sonde spaziali autonome</h2>
<p>Un <strong>chip AI spaziale della NASA</strong> potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui le sonde operano nello spazio profondo. Non si tratta di un aggiornamento qualsiasi: il processore in fase di test presso il Jet Propulsion Laboratory promette prestazioni fino a 500 volte superiori rispetto ai chip attualmente montati sulle navicelle. Abbastanza piccolo da stare nel palmo di una mano, eppure capace di trasformare una sonda in qualcosa che somiglia molto a un veicolo dotato di pensiero autonomo.</p>
<p>Il progetto si chiama <strong>High Performance Spaceflight Computing</strong> e nasce da un&#8217;esigenza concreta. Le missioni attuali si affidano ancora a processori vecchi di anni, scelti perché resistenti alle condizioni estreme dello spazio ma decisamente limitati in termini di potenza di calcolo. Per le prossime missioni verso <strong>Luna e Marte</strong>, serviva qualcosa di completamente diverso. Qualcosa che permettesse alle navicelle di prendere decisioni in tempo reale, senza dover aspettare istruzioni dalla Terra, dove il ritardo nelle comunicazioni può durare anche diversi minuti.</p>
<h2>Test estremi per un processore progettato per sopravvivere ovunque</h2>
<p>Il cuore del progetto è un <strong>processore radiation hardened</strong>, cioè progettato per resistere alle radiazioni cosmiche, agli sbalzi termici violenti e agli urti tipici di un atterraggio planetario. Gli ingegneri del <strong>JPL</strong> lo stanno sottoponendo a ogni tipo di prova immaginabile: radiazioni, shock termici, vibrazioni. Come ha spiegato Jim Butler, project manager del programma, i test utilizzano scenari di atterraggio ad alta fedeltà tratti da missioni reali della NASA, che normalmente richiederebbero hardware molto più ingombrante e costoso per elaborare i dati dei sensori.</p>
<p>I risultati preliminari? Decisamente incoraggianti. Il <strong>chip AI spaziale</strong> sta funzionando come previsto, e le prestazioni misurate sono circa 500 volte superiori a quelle dei processori attualmente in uso. Un dato che fa venire i brividi, considerando che parliamo di un componente grande quanto un microchip da smartphone. Il team ha anche celebrato l&#8217;avvio dei test con un tocco poetico: l&#8217;invio di un&#8217;email intitolata &#8220;Hello Universe&#8221;, omaggio ai classici messaggi di benvenuto della storia dell&#8217;informatica.</p>
<h2>Intelligenza artificiale a bordo e collaborazione con l&#8217;industria</h2>
<p>Il processore è un <strong>system on a chip</strong> (SoC) che integra CPU, sistemi di rete avanzati, memoria e interfacce di input/output in un&#8217;unica unità compatta. La differenza rispetto ai SoC dei comuni smartphone è che questo è pensato per sopravvivere anni nello spazio profondo, magari a miliardi di chilometri dalla Terra, senza alcuna possibilità di manutenzione.</p>
<p>La vera rivoluzione sta nelle applicazioni. Con l&#8217;<strong>intelligenza artificiale</strong> a bordo, le sonde potrebbero reagire a situazioni impreviste senza intervento umano, elaborare enormi quantità di dati scientifici e trasmetterli a Terra in modo molto più efficiente. Un salto di qualità enorme per le <strong>missioni nello spazio profondo</strong>.</p>
<p>Il processore è stato sviluppato in collaborazione con <strong>Microchip Technology Inc.</strong>, che ha finanziato parte della ricerca e già condiviso campioni con partner del settore difesa e aerospaziale commerciale. L&#8217;azienda prevede anche adattamenti per settori terrestri come l&#8217;aviazione e l&#8217;industria automobilistica.</p>
<p>Una volta ottenuta la certificazione per il volo spaziale, la NASA ha in programma di integrare il chip in una gamma vastissima di missioni: dai satelliti in orbita terrestre ai rover planetari, dalle sonde interplanetarie agli habitat per equipaggi umani. Il chip AI spaziale della NASA, insomma, non è solo un passo avanti tecnologico. È il tipo di innovazione che potrebbe ridefinire cosa significa esplorare lo spazio.</p>
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		<title>ESCAPADE: la NASA svela il mistero dell&#8217;atmosfera perduta di Marte</title>
		<link>https://tecnoapple.it/escapade-la-nasa-svela-il-mistero-dellatmosfera-perduta-di-marte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 05:23:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[atmosfera]]></category>
		<category><![CDATA[eliofisica]]></category>
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		<category><![CDATA[magnetosfera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La missione ESCAPADE della NASA: due sonde gemelle per svelare il mistero dell'atmosfera perduta di Marte Marte non è sempre stato quel deserto ghiacciato e desolato che conosciamo oggi. Un tempo, miliardi di anni fa, il Pianeta Rosso aveva acqua che scorreva in superficie, un'atmosfera più densa e...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La missione ESCAPADE della NASA: due sonde gemelle per svelare il mistero dell&#8217;atmosfera perduta di Marte</h2>
<p>Marte non è sempre stato quel deserto ghiacciato e desolato che conosciamo oggi. Un tempo, miliardi di anni fa, il <strong>Pianeta Rosso</strong> aveva acqua che scorreva in superficie, un&#8217;atmosfera più densa e un clima decisamente più caldo. Poi qualcosa è cambiato, lentamente ma in modo inesorabile. La <strong>NASA</strong> ha deciso di andare a fondo su questa trasformazione con la <strong>missione ESCAPADE</strong>, un progetto ambizioso che per la prima volta nella storia utilizza due sonde gemelle in orbita coordinata attorno a un pianeta diverso dalla Terra. L&#8217;obiettivo? Capire come il <strong>vento solare</strong>, quel flusso costante di particelle cariche sparate dal Sole, abbia letteralmente strappato via l&#8217;atmosfera marziana nel corso di miliardi di anni, trasformando un mondo potenzialmente abitabile in quello sterile che osserviamo adesso.</p>
<p>Le due sonde sono state lanciate il 13 novembre 2025, e dal 25 febbraio scorso tutti gli strumenti scientifici a bordo risultano pienamente operativi. La missione ESCAPADE (acronimo di Escape and Plasma Acceleration and Dynamics Explorers) promette di rivoluzionare la comprensione di come il Sole continui ancora oggi a modellare <strong>Marte</strong>. Come ha spiegato Joe Westlake, direttore della divisione eliofisica della NASA, queste due sonde non solo indagheranno il ruolo del Sole nella trasformazione del pianeta, ma contribuiranno anche a sviluppare protocolli di sicurezza per le <strong>future missioni umane</strong> verso Marte.</p>
<h2>Due sonde, due punti di vista: la chiave per capire causa ed effetto</h2>
<p>Il vero punto di forza della missione ESCAPADE sta proprio nel fatto di avere due occhi puntati contemporaneamente su zone diverse della <strong>magnetosfera marziana</strong>. Una singola sonda, per quanto sofisticata, non potrebbe mai distinguere i cambiamenti temporali da quelli spaziali. Con due veicoli che attraversano le stesse regioni a pochi minuti di distanza, gli scienziati potranno monitorare variazioni su scale temporali brevissime, anche solo due minuti, come ha sottolineato Rob Lillis, investigatore principale della missione presso l&#8217;Università della California a Berkeley.</p>
<p>Dopo circa sei mesi di volo coordinato sulla stessa orbita, le due sonde si separeranno. Una resterà più vicina al pianeta, l&#8217;altra si allontanerà per studiare il vento solare in arrivo. Questa configurazione permetterà di misurare simultaneamente la causa (il vento solare che investe Marte) e l&#8217;effetto (la risposta della magnetosfera e la conseguente perdita di atmosfera). Un approccio che nessuna missione precedente era mai riuscita a realizzare.</p>
<h2>Preparare il terreno per gli astronauti e una rotta insolita verso il Pianeta Rosso</h2>
<p>C&#8217;è anche una dimensione molto pratica in tutto questo. Gli astronauti che un giorno viaggeranno verso Marte saranno esposti a livelli di <strong>radiazione solare</strong> ben superiori a quelli terrestri. La Terra è protetta da un robusto campo magnetico globale, mentre Marte possiede solo frammenti sparsi di magnetismo nella crosta e una magnetosfera cosiddetta &#8220;ibrida&#8221;, che offre una protezione molto limitata. Comprendere nel dettaglio questo ambiente è fondamentale prima di mandare esseri umani laggiù. La missione ESCAPADE studierà anche la <strong>ionosfera marziana</strong>, uno strato dell&#8217;alta atmosfera cruciale per le comunicazioni radio e i sistemi di navigazione, qualcosa di simile a un eventuale GPS marziano.</p>
<p>Anche la rotta scelta è fuori dall&#8217;ordinario. Invece di puntare direttamente verso Marte durante la classica finestra di lancio che si apre ogni 26 mesi, le sonde stanno compiendo un ampio giro attorno al punto di Lagrange 2, a circa un milione e mezzo di chilometri dalla Terra. Quando Terra e Marte si allineeranno di nuovo nel novembre 2026, sfrutteranno la gravità terrestre come fionda per lanciarsi verso la destinazione finale, con arrivo previsto a settembre 2027. Durante questo tragitto attraverseranno regioni inesplorate della coda magnetica terrestre, raccogliendo dati scientifici che nessuno ha mai ottenuto prima. Un viaggio verso Marte che è già scienza, ancora prima di arrivarci.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/escapade-la-nasa-svela-il-mistero-dellatmosfera-perduta-di-marte/">ESCAPADE: la NASA svela il mistero dell&#8217;atmosfera perduta di Marte</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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