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	<title>stampa Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Neuroni artificiali stampati parlano col cervello: la svolta che cambia tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 17:24:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Neuroni artificiali stampati che parlano con il cervello: la svolta della Northwestern University I neuroni artificiali hanno appena compiuto un passo che fino a poco tempo fa sembrava relegato alla fantascienza. Un gruppo di ingegneri della Northwestern University è riuscito a stampare dispositivi...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Neuroni artificiali stampati che parlano con il cervello: la svolta della Northwestern University</h2>
<p>I <strong>neuroni artificiali</strong> hanno appena compiuto un passo che fino a poco tempo fa sembrava relegato alla fantascienza. Un gruppo di ingegneri della <strong>Northwestern University</strong> è riuscito a stampare dispositivi elettronici flessibili capaci di generare segnali elettrici talmente realistici da attivare cellule cerebrali vive. Non si tratta di una semplice imitazione: questi neuroni artificiali hanno effettivamente comunicato con tessuto cerebrale di topo, dimostrando una compatibilità tra elettronica e biologia mai raggiunta prima a questo livello.</p>
<p>Il progetto, guidato da <strong>Mark C. Hersam</strong> e pubblicato sulla rivista Nature Nanotechnology il 15 aprile 2026, apre scenari enormi. Da un lato, ci si avvicina a <strong>interfacce cervello macchina</strong> e neuroprotesi capaci di restituire vista, udito o movimento. Dall&#8217;altro, la ricerca punta dritta verso un obiettivo che oggi è diventato urgente: costruire hardware per l&#8217;<strong>intelligenza artificiale</strong> che consumi molta meno energia. Il cervello umano, va ricordato, è circa centomila volte più efficiente di un computer tradizionale. Ispirarsi alla sua architettura non è più un vezzo accademico, ma una necessità concreta.</p>
<h2>Come funzionano e perché sono diversi dai tentativi precedenti</h2>
<p>Quello che rende questi neuroni artificiali davvero speciali è il modo in cui sono costruiti. Il team di Hersam ha utilizzato inchiostri elettronici a base di nanofiocchi di <strong>disolfuro di molibdeno</strong> (semiconduttore) e <strong>grafene</strong> (conduttore), depositati su superfici polimeriche flessibili tramite stampa a getto di aerosol. Una tecnica additiva, quindi, che spreca pochissimo materiale.</p>
<p>Il colpo di genio sta nel trattamento del polimero presente negli inchiostri. In passato veniva eliminato perché considerato un difetto. Qui invece il gruppo lo ha sfruttato: decomponendolo solo parzialmente e facendo passare corrente attraverso il dispositivo, si forma un filamento conduttivo strettissimo. Questo percorso concentrato produce una scarica elettrica improvvisa, molto simile al modo in cui un neurone biologico &#8220;spara&#8221; il proprio segnale.</p>
<p>Il risultato è un dispositivo capace di generare una gamma sorprendente di segnali: singoli impulsi, scariche continue, pattern a raffica. Tutto entro tempi compatibili con quelli del cervello reale. Altri laboratori avevano provato con materiali organici (troppo lenti) o ossidi metallici (troppo veloci). I neuroni artificiali della Northwestern si collocano esattamente nella finestra temporale giusta.</p>
<h2>Il test sulle cellule cerebrali e le implicazioni per il futuro dell&#8217;AI</h2>
<p>La prova definitiva è arrivata grazie alla collaborazione con Indira M. Raman, neurobiologa della stessa università. I segnali generati dai dispositivi stampati sono stati applicati a fette di <strong>cervelletto</strong> di topo. I neuroni biologici hanno risposto in modo affidabile, attivando circuiti neurali come se fossero stati stimolati da altri neuroni veri. Forma, durata e tempistica degli impulsi elettrici erano compatibili con l&#8217;attività cerebrale naturale.</p>
<p>Questo apre prospettive enormi anche sul fronte della sostenibilità. I <strong>data center</strong> che alimentano i sistemi di intelligenza artificiale consumano quantità impressionanti di energia e acqua per il raffreddamento. Hersam stesso ha sottolineato come alcune aziende tecnologiche stiano costruendo centri dati da gigawatt alimentati da centrali nucleari dedicate, una strada che ha limiti evidenti di scala. Hardware ispirato al funzionamento dei neuroni artificiali potrebbe ridurre drasticamente questi consumi, perché ogni singolo componente è in grado di produrre segnali complessi senza bisogno di reti enormi di transistor identici.</p>
<p>La produzione, tra l&#8217;altro, è economica e a basso impatto ambientale. La stampa additiva deposita materiale solo dove serve, e i componenti sono flessibili, caratteristica fondamentale per qualsiasi futuro impianto biocompatibile. Il fatto che pochi dispositivi possano svolgere compiti prima riservati a reti molto più grandi cambia radicalmente l&#8217;equazione tra prestazioni e consumo energetico. È il tipo di svolta che potrebbe ridefinire sia la neurotecnologia sia il modo in cui vengono progettati i processori di nuova generazione.</p>
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		<title>Stampanti in ufficio: il rischio sicurezza che nessuno considera</title>
		<link>https://tecnoapple.it/stampanti-in-ufficio-il-rischio-sicurezza-che-nessuno-considera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 10:22:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[endpoint]]></category>
		<category><![CDATA[informatica]]></category>
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		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
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		<category><![CDATA[ufficio]]></category>
		<category><![CDATA[zerotrust]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stampanti in ufficio: il rischio sicurezza che nessuno considera Le stampanti da ufficio sono ovunque. In ogni corridoio, in ogni angolo di ogni azienda, fanno il loro lavoro in silenzio. Eppure, quando si parla di sicurezza informatica aziendale, quasi nessuno pensa a loro. È un po' come chiudere...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Stampanti in ufficio: il rischio sicurezza che nessuno considera</h2>
<p>Le <strong>stampanti da ufficio</strong> sono ovunque. In ogni corridoio, in ogni angolo di ogni azienda, fanno il loro lavoro in silenzio. Eppure, quando si parla di <strong>sicurezza informatica aziendale</strong>, quasi nessuno pensa a loro. È un po&#8217; come chiudere a chiave tutte le porte di casa e lasciare spalancata la finestra del bagno. Ed è esattamente questo il punto sollevato da Kevin Pickhart, Executive Chairman di <strong>Pharos</strong>, durante un recente episodio del format Apple @ Work: le stampanti rappresentano un <strong>rischio sicurezza</strong> nascosto e troppo spesso ignorato, anche nelle organizzazioni che investono milioni in protezione degli endpoint e delle reti.</p>
<p>Il tema è meno banale di quanto possa sembrare. Ogni volta che qualcuno stampa un documento in ufficio, quel file attraversa una serie di passaggi digitali. Viene inviato a un server, elaborato, messo in coda, trasferito alla stampante. In ognuno di questi passaggi, i dati possono essere intercettati, copiati o manipolati. Parliamo di contratti, dati finanziari, informazioni sanitarie, documenti legali. Roba seria, insomma. Eppure i <strong>flussi di stampa</strong> restano fuori dal perimetro di protezione nella stragrande maggioranza delle aziende.</p>
<h2>Perché il modello zero trust deve includere anche la stampa</h2>
<p>Chi lavora nell&#8217;IT conosce bene il concetto di <strong>zero trust</strong>. È quel modello di sicurezza che, in parole semplici, non si fida di niente e di nessuno per default. Ogni accesso, ogni dispositivo, ogni utente deve essere verificato prima di ottenere qualsiasi tipo di autorizzazione. È diventato lo standard per proteggere reti, applicazioni cloud, dispositivi mobili e computer portatili. Ma c&#8217;è un buco enorme in questa strategia, e quel buco ha la forma di una stampante multifunzione.</p>
<p>Pickhart lo ha spiegato in modo piuttosto diretto: le aziende investono enormi risorse per proteggere laptop e smartphone, implementano autenticazione a più fattori, segmentano le reti, monitorano ogni singolo pacchetto dati. Poi però lasciano che chiunque, senza alcuna verifica, invii documenti sensibili a una <strong>stampante di rete</strong> condivisa da decine di persone. I fogli restano lì nel vassoio di uscita, a disposizione di chiunque passi. E il file resta nella memoria della stampante, spesso senza alcuna crittografia.</p>
<p>Questo scenario è particolarmente critico per le organizzazioni che utilizzano <strong>dispositivi Apple</strong> in ambito enterprise. La piattaforma Apple è nota per il suo approccio rigoroso alla privacy e alla sicurezza. Strumenti come <strong>Mosyle</strong>, che integra in un&#8217;unica piattaforma la gestione, il deploy e la protezione dei dispositivi Apple aziendali, permettono di controllare in modo capillare ogni aspetto dell&#8217;ecosistema. Ma se il flusso di stampa resta scoperto, tutto quel lavoro di blindatura rischia di avere una falla proprio dove meno ce lo si aspetta.</p>
<h2>Come affrontare il problema in modo concreto</h2>
<p>La buona notizia è che esistono soluzioni. Pharos, ad esempio, si occupa proprio di questo: portare la logica della <strong>sicurezza zero trust</strong> anche dentro i processi di stampa. Autenticazione dell&#8217;utente prima del rilascio del documento, crittografia dei dati in transito, cancellazione automatica dei file dalla memoria della stampante dopo l&#8217;uso. Sono misure che, una volta implementate, diventano trasparenti per chi lavora e non rallentano nulla.</p>
<p>Il messaggio che emerge da questa conversazione è chiaro. Non basta proteggere i dispositivi e le reti se poi si lascia una porta aperta nei flussi di stampa. Le <strong>stampanti da ufficio</strong> non sono più semplici periferiche: sono computer connessi alla rete, con memoria interna, sistemi operativi e, potenzialmente, vulnerabilità sfruttabili. Trattarle come tali non è paranoia. È buon senso, soprattutto in un&#8217;epoca in cui le minacce informatiche diventano ogni giorno più sofisticate e i dati aziendali valgono più di qualsiasi hardware.</p>
<p>Chi gestisce flotte di dispositivi Apple in azienda farebbe bene a inserire anche questo tassello nella propria strategia di <strong>sicurezza informatica</strong>. Perché la catena è forte quanto il suo anello più debole. E quell&#8217;anello, spesso, stampa in bianco e nero nell&#8217;angolo dell&#8217;ufficio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/stampanti-in-ufficio-il-rischio-sicurezza-che-nessuno-considera/">Stampanti in ufficio: il rischio sicurezza che nessuno considera</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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