Colture irrigate con acque reflue: dove finiscono i farmaci assorbiti dalle piante?
Le colture irrigate con acque reflue possono accumulare tracce di farmaci nei propri tessuti, ma non necessariamente nelle parti che finiscono nel piatto. Questo è il punto centrale di uno studio della Johns Hopkins University, pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology nel marzo 2026, che ha analizzato il comportamento di pomodori, carote e lattuga esposte ad acqua contenente farmaci psicotropi. Il risultato più interessante? Nella stragrande maggioranza dei casi, le sostanze si concentrano nelle foglie, non nei frutti o nelle radici commestibili.
La questione non è affatto teorica. In molte aree del mondo dove le riserve di acqua dolce scarseggiano, riutilizzare le acque reflue trattate per irrigare i campi è già una pratica diffusa. E lo diventerà sempre di più, con la siccità che avanza e la domanda agricola che non accenna a calare. Capire cosa succede quando queste acque, che possono contenere residui di antidepressivi, antiepilettici e altri medicinali, entrano in contatto con le piante diventa quindi fondamentale.
Come si muovono i farmaci dentro le piante
Il gruppo di ricerca, guidato dalla dottoranda Daniella Sanchez, ha coltivato pomodori, carote e lattuga in ambienti controllati, somministrando alle piante soluzioni contenenti quattro farmaci comunemente rilevati nelle acque reflue trattate: carbamazepina, lamotrigina, amitriptilina e fluoxetina. Dopo un periodo di esposizione fino a 45 giorni, gli scienziati hanno prelevato campioni da diverse parti delle piante per capire dove si fossero accumulati i composti.
Il meccanismo è tutto sommato intuitivo. L’acqua sale dalle radici attraverso il fusto fino alle foglie, trasportando con sé anche le molecole farmaceutiche disciolte. Quando raggiunge le foglie, evapora attraverso gli stomi, quelle minuscole aperture sulla superficie fogliare. I farmaci, però, non evaporano: restano lì, intrappolati nel tessuto fogliare. Le piante, a differenza degli animali, non hanno un sistema efficiente per espellere le sostanze di scarto. Come ha spiegato Sanchez con un paragone piuttosto efficace, le piante non possono semplicemente “fare pipì” per liberarsi di questi composti.
I numeri parlano chiaro. Nelle foglie di pomodoro la concentrazione di farmaci e dei loro sottoprodotti era oltre 200 volte superiore rispetto ai frutti. Nelle carote, le foglie contenevano circa sette volte di più rispetto alle radici che normalmente si consumano.
Non tutti i farmaci si comportano allo stesso modo
Un altro aspetto emerso dallo studio è che le diverse molecole vengono gestite in modo differente dalle piante. La lamotrigina, ad esempio, si è presentata a livelli relativamente bassi in tutti i tessuti analizzati. La carbamazepina, invece, ha mostrato una maggiore tendenza ad accumularsi un po’ ovunque, comprese le parti commestibili come le radici di carota, i frutti di pomodoro e le foglie di lattuga.
Il co-autore dello studio, Carsten Prasse, professore associato di ingegneria ambientale alla Johns Hopkins, ha tenuto a precisare un punto importante: la semplice presenza di questi farmaci nelle colture irrigate con acque reflue non significa automaticamente che ci sia un rischio per la salute dei consumatori. Quello che serve adesso è un lavoro di approfondimento per identificare quali composti, compresi i sottoprodotti del metabolismo vegetale, meritano una valutazione più attenta in vista di eventuali regolamentazioni future.
Insomma, la buona notizia è che per pomodori e carote la parte che si mangia risulta decisamente meno esposta. Per la lattuga il discorso cambia, visto che si consumano proprio le foglie. E proprio da qui dovranno partire le prossime ricerche.


