Perché i farmaci antitumorali non funzionano per tutti: la scoperta che cambia le regole
Capita spesso di chiedersi come mai lo stesso farmaco antitumorale possa salvare la vita a una persona e risultare quasi inutile per un’altra. Una domanda che ha tormentato oncologi e ricercatori per anni. Ora, uno studio pubblicato su Nature Communications dal team del MRC Laboratory of Medical Sciences, guidato dalla dottoressa Louise Fets, offre una risposta sorprendente. Il problema, a quanto pare, non sta solo nel farmaco in sé o nella genetica del paziente. Sta in quello che succede dentro le cellule tumorali, a un livello che finora nessuno aveva osservato con questa precisione.
Il gruppo di ricerca si è concentrato sugli inibitori di PARP, una classe di farmaci mirati già ampiamente utilizzati contro il tumore ovarico, mammario e prostatico. Utilizzando campioni di tessuto tumorale ovarico prelevati da pazienti e mantenuti in vita in laboratorio, gli scienziati hanno tracciato il percorso di questi farmaci all’interno del tumore con strumenti di imaging avanzati. E quello che hanno trovato è stato tutt’altro che banale. Le mappe ottenute tramite spettrometria di massa hanno mostrato differenze enormi nella distribuzione del farmaco, non solo tra pazienti diversi trattati con la stessa dose, ma anche all’interno dello stesso identico tumore. Alcune zone risultavano sature di farmaco, altre praticamente vergini.
I lisosomi come serbatoi nascosti
La chiave di tutto sta nei lisosomi, piccole strutture cellulari che normalmente funzionano come centri di riciclaggio della cellula. Alcuni inibitori di PARP, in particolare rucaparib e niraparib, vengono risucchiati dentro questi compartimenti e lì restano intrappolati, creando una sorta di deposito a rilascio lento. Il risultato è che certe cellule tumorali finiscono per essere esposte a concentrazioni altissime del farmaco, mentre le cellule vicine ne ricevono quantità irrisorie. Non tutti gli inibitori di PARP si comportano così: olaparib, per esempio, non sembra soggetto a questo meccanismo.
La dottoressa Carmen Ramirez Moncayo, prima autrice dello studio, ha dichiarato di essere rimasta colpita dalla variabilità nell’accumulo del farmaco osservata a livello di singola cellula. Un fenomeno guidato proprio dall’azione dei lisosomi, che funzionano come serbatoi capaci di immagazzinare il farmaco e rilasciarlo gradualmente.
Cosa significa tutto questo per il futuro delle terapie oncologiche
Le implicazioni pratiche sono notevoli. Comprendere come i farmaci antitumorali vengono assorbiti e distribuiti dentro le cellule potrebbe aprire la strada a strategie terapeutiche più personalizzate. L’obiettivo, come ha spiegato la stessa Fets, è arrivare un giorno a studiare la firma molecolare del tumore di ciascun paziente per adattare il trattamento in modo davvero su misura. Un approccio che potrebbe ridurre i casi di resistenza ai farmaci e migliorare sensibilmente i risultati clinici.
Va detto che lo studio è stato condotto su tessuti tumorali mantenuti al di fuori del corpo. Nei pazienti reali i farmaci viaggiano nel flusso sanguigno e i vasi tumorali sono spesso disorganizzati, il che potrebbe complicare ulteriormente la distribuzione. I prossimi passi prevedono l’uso di modelli animali e gruppi di pazienti più ampi per capire come interagiscono la struttura del tumore, il trasporto dei farmaci e lo stoccaggio lisosomiale in contesti clinici reali, inclusi i tumori recidivanti.
La ricerca è stata finanziata dal Medical Research Council, da Cancer Research UK e dal Victoria’s Secret Global Fund for Women’s Cancers. Un lavoro che, senza troppi giri di parole, potrebbe cambiare il modo in cui vengono pensate le terapie oncologiche nei prossimi anni.


