Vita su Marte: cellule di lievito sopravvivono a condizioni estreme

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Vita su Marte: cellule di lievito sopravvivono a onde d’urto e suolo tossico in laboratorio

La possibilità di vita su Marte torna a far parlare di sé, e stavolta con dati davvero difficili da ignorare. Un gruppo di ricercatori ha dimostrato che semplici cellule di lievito riescono a sopravvivere a condizioni simulate del Pianeta Rosso, resistendo sia a violente onde d’urto simili a quelle generate dagli impatti di meteoriti, sia alla presenza di perclorati, sali tossici abbondanti nel suolo marziano. Il risultato, pubblicato sulla rivista PNAS Nexus nell’aprile 2026, apre scenari affascinanti su cosa potrebbe davvero resistere lassù.

Il team guidato da Purusharth I. Rajyaguru ha lavorato con il Saccharomyces cerevisiae, il comune lievito da laboratorio che condivide molte caratteristiche biologiche fondamentali con organismi più complessi, esseri umani inclusi. Non è la prima volta che questo microrganismo viene spedito nello spazio o sottoposto a stress estremi, ma qui la sfida era particolarmente ambiziosa: ricreare in laboratorio due delle minacce ambientali più serie che la superficie di Marte può riservare a qualsiasi forma biologica.

Come sono state simulate le condizioni marziane

Per riprodurre le onde d’urto da impatto meteoritico, i ricercatori hanno utilizzato un dispositivo chiamato HISTA (High Intensity Shock Tube for Astrochemistry), installato presso il Physical Research Laboratory di Ahmedabad, in India. Le cellule di lievito sono state colpite da onde d’urto che raggiungevano 5,6 volte la velocità del suono. In parallelo, sono state esposte a concentrazioni di perclorato di sodio paragonabili a quelle rilevate nel suolo marziano.

Il risultato? Le cellule hanno rallentato la crescita, certo, ma sono rimaste vive. Anche quando i due fattori di stress venivano combinati insieme. Il segreto sta in un meccanismo di difesa cellulare che merita attenzione: la formazione di strutture temporanee chiamate condensati di ribonucleoproteine (RNP). Si tratta di aggregati di RNA e proteine che proteggono il materiale genetico e regolano la risposta allo stress. Quando la situazione torna alla normalità, queste strutture si dissolvono e la cellula riprende le sue funzioni ordinarie.

Due tipi specifici di condensati RNP entrano in gioco: i granuli da stress e i P bodies. Le onde d’urto attivano entrambi, mentre i perclorati stimolano solo i P bodies. Dettaglio non banale, perché suggerisce che la cellula calibra la propria risposta in base al tipo di minaccia.

Perché questi risultati contano per la ricerca di vita su Marte

La prova più convincente arriva dal confronto con cellule geneticamente modificate, private della capacità di formare questi condensati protettivi. Senza di essi, la sopravvivenza crolla drasticamente. Questo conferma che non si tratta di un dettaglio marginale, ma di un meccanismo di difesa potenzialmente universale.

L’analisi del trascrittoma delle cellule esposte ha rivelato che le condizioni marziane simulate alterano profondamente l’espressione genica, eppure la capacità di formare condensati RNP sembra stabilizzare i processi chiave e migliorare le chance di sopravvivenza.

Quello che emerge da questo studio è che forme di vita semplice potrebbero essere più resilienti di quanto si pensasse. Non significa che Marte brulichi di microrganismi, ovviamente. Ma sapere che un organismo terrestre riesce a reggere simultaneamente onde d’urto e suolo tossico marziano cambia un po’ la prospettiva. La domanda su una possibile vita su Marte, passata o presente, diventa ogni giorno un po’ meno fantascientifica e un po’ più scientifica.

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