Ozempic potrebbe diventare più efficace grazie a un piccolo enzima

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Un enzima potrebbe rivoluzionare farmaci come Ozempic, rendendoli più efficaci e duraturi

Un piccolo enzima scoperto nei laboratori della University of Utah potrebbe cambiare radicalmente il futuro di Ozempic e di altri farmaci a base di peptidi. La notizia arriva da uno studio pubblicato sulla rivista ACS Bio & Med Chem Au, e il meccanismo è tanto elegante quanto promettente: un enzima chiamato PapB riesce a trasformare molecole fragili in strutture ad anello compatte, più resistenti e potenzialmente più efficaci una volta nel corpo umano.

Per chi assume farmaci come semaglutide, il principio attivo di Ozempic e Wegovy, la sfida è nota. Questi farmaci peptidici funzionano bene, ma il corpo tende a degradarli in fretta. Le proteasi, enzimi naturali che riciclano le proteine, spezzano i peptidi in singoli amminoacidi, riducendone l’efficacia nel giro di poco tempo. È un po’ come avere un ottimo motore che però brucia il carburante troppo velocemente.

Cosa fa esattamente PapB e perché è diverso

L’enzima PapB appartiene alla famiglia dei cosiddetti radical SAM, e agisce collegando le estremità di un peptide per formare un anello chiuso tramite un legame chimico chiamato tioetere. Il risultato è una struttura ciclica più stabile, che resiste meglio all’attacco delle proteasi e potrebbe garantire una durata d’azione prolungata del farmaco.

La cosa davvero notevole, come ha sottolineato il ricercatore Jake Pedigo, autore principale dello studio, è la flessibilità di questo enzima. PapB non richiede le cosiddette sequenze leader, frammenti di peptide che normalmente servono agli enzimi per riconoscere il loro bersaglio. E funziona anche quando nel peptide vengono inseriti amminoacidi non standard, quelli che si trovano comunemente nei farmaci incretinici di ultima generazione. Una combinazione di precisione e adattabilità che lo rende uno strumento pratico, non solo una curiosità da laboratorio.

Il team ha testato PapB su tre diversi peptidi simili al GLP-1, e in tutti i casi l’enzima ha convertito con successo le molecole lineari in versioni ad anello. Questo suggerisce che potrebbe funzionare come una sorta di strumento modulare, applicabile anche nelle fasi avanzate dello sviluppo di un farmaco.

Verso una nuova generazione di terapie peptidiche

Karsten Eastman, co-autore dello studio e cofondatore di Sethera Therapeutics, ha spiegato il potenziale in termini molto concreti. Le strutture portanti dei farmaci GLP-1 sviluppate dalle grandi aziende farmaceutiche sono già eccellenti. Quello che questa tecnologia aggiunge è un passaggio enzimatico pulito, applicabile in fase avanzata, capace di far lavorare quelle molecole ancora meglio. Installando un piccolo anello ben definito, è possibile modulare la durata del farmaco, la sua stabilità e persino il modo in cui comunica con le cellule, il tutto restando compatibile con le strutture complesse già in uso.

I metodi chimici tradizionali per chiudere i peptidi ad anello sono costosi, complessi e spesso poco compatibili con molecole delicate. PapB offre un’alternativa più semplice ed efficiente, e questo potrebbe fare una differenza enorme nella produzione su larga scala di farmaci peptidici di nuova generazione.

Eastman e il professor Vahe Bandarian hanno fondato Sethera proprio per portare queste scoperte fuori dal laboratorio, con il supporto dei National Institutes of Health. La loro piattaforma, chiamata PolyMacrocyclic Peptide Discovery Platform, è stata riconosciuta dalla University of Utah come una delle innovazioni più promettenti dell’anno.

Se le prossime fasi di ricerca confermeranno questi risultati, farmaci come Ozempic potrebbero diventare non solo più duraturi, ma anche più mirati e più semplici da produrre. E per milioni di pazienti che oggi dipendono da queste terapie per gestire diabete e obesità, sarebbe una svolta tutt’altro che trascurabile.

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