Tirannosauri cannibali: un fossile di 75 milioni di anni svela la verità

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Un fossile di 75 milioni di anni svela il lato oscuro dei tirannosauri

Il cannibalismo tra tirannosauri non è più solo un’ipotesi da film catastrofista. Un fossile vecchio 75 milioni di anni, analizzato con tecniche di scansione 3D di ultima generazione, ha rivelato qualcosa di piuttosto inquietante: i tirannosauri non si facevano problemi a banchettare con i resti dei propri simili. E non parliamo di prede appena abbattute, ma di carcasse ormai ridotte all’osso. Letteralmente.

Lo studio, condotto dal Dipartimento di Geoscienze della Università di Aarhus e pubblicato sulla rivista Evolving Earth nel maggio 2026, porta la firma di Josephine Nielsen, studentessa magistrale in geoscienze. Nielsen ha esaminato un metatarso fossilizzato, un osso del piede appartenuto a un tirannosauro di grandi dimensioni, scoperto da un collezionista amatoriale nella Judith River Formation in Montana. Un osso lungo dieci centimetri, proveniente da un animale che in vita doveva raggiungere i dieci o dodici metri di lunghezza e pesare diverse tonnellate.

La cosa interessante è che su quel metatarso sono stati identificati 16 segni di morso distinti. E qui la faccenda si fa davvero affascinante. Nielsen ha analizzato profondità, angolazione e posizione di ogni singolo segno in un ambiente virtuale 3D, dimostrando che non si trattava di danni casuali. Erano impronte precise, lasciate dai denti di un tirannosauro più piccolo che si era nutrito dei resti di un parente molto più grande.

Nessuno spreco: i tirannosauri ripulivano tutto

Quello che emerge dallo studio è un quadro comportamentale lontano dall’immagine classica del predatore inarrestabile. I tirannosauri erano anche opportunisti pragmatici. L’osso del piede non mostra segni di guarigione dopo i morsi, il che significa che l’animale era già morto quando il suo simile ha iniziato a nutrirsene. E dato che sul piede c’è pochissima carne, il tirannosauro più piccolo stava evidentemente raschiando gli ultimi resti di una carcassa già largamente consumata.

Niente va sprecato, insomma. Nemmeno nel Cretaceo.

Un dettaglio metodologico rende questo lavoro particolarmente solido: Nielsen ha utilizzato il sistema di classificazione CM (Category Modifier), un metodo sistematico che categorizza ogni singolo segno in base a criteri fissi. Questo approccio permette di distinguere tra colpi di dente superficiali e morsi profondi da schiacciamento, eliminando la soggettività dall’analisi. Come ha spiegato la stessa ricercatrice, non si tratta più di dire “sembra un morso” ma di documentare con precisione quando e perché quel tirannosauro più piccolo ha affondato i denti nel più grande.

La tecnologia digitale cambia le regole della paleontologia

Nielsen non ha mai lavorato direttamente con il fossile originale, troppo rischioso spedirlo fino in Danimarca. Ha invece studiato un modello digitale e una replica stampata in 3D prodotta ad Aarhus. E proprio questa scelta tecnologica si è rivelata un vantaggio enorme: le scansioni ad alta risoluzione hanno permesso di ispezionare dettagli microscopici che a occhio nudo sarebbero stati quasi impossibili da cogliere.

Il fossile, nel frattempo, è stato donato al Badlands Dinosaur Museum di Dickinson, nel North Dakota. La collaborazione internazionale ha coinvolto anche la paleontologa canadese Taia Wyenberg Henzler e il curatore museale Denver Fowler, che Nielsen ha conosciuto durante uno scavo estivo in Montana nel 2024.

Quello che questo studio dimostra, al di là della scoperta in sé, è che anche tracce minuscole conservate nei fossili possono raccontare storie enormi. Il cannibalismo tra tirannosauri non era probabilmente un evento raro o estremo, ma una strategia di sopravvivenza perfettamente razionale. I grandi predatori del Cretaceo, quando si presentava l’occasione, non si tiravano indietro. Neppure davanti ai propri simili.

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