Il cervello può continuare a migliorare fino ai 90 anni: lo dice la scienza
Che il cervello fosse destinato a un declino inesorabile con il passare degli anni era una di quelle convinzioni così radicate da sembrare quasi ovvia. Eppure, uno studio triennale condotto dalla University of Texas at Dallas ribalta questa narrazione in modo piuttosto netto. La ricerca, pubblicata sulla rivista Scientific Reports (gruppo Nature), ha coinvolto quasi 4.000 adulti di età compresa tra i 19 e i 94 anni, dimostrando che la salute cerebrale può migliorare a qualsiasi età. Non in teoria, ma con dati misurabili alla mano.
Il punto di partenza è il BrainHealth Project, un’iniziativa lanciata nel 2020 dal Center for BrainHealth dell’ateneo texano. I partecipanti, 3.966 in tutto, hanno svolto brevi attività di allenamento cognitivo, nell’ordine di cinque/quindici minuti al giorno. Nulla di massacrante, insomma. Per valutare i progressi, i ricercatori hanno utilizzato il BrainHealth Index, uno strumento che integra circa 20 metriche diverse e che misura tre aree fondamentali: lucidità mentale, equilibrio emotivo e senso di connessione con le persone e con i propri obiettivi di vita. Ogni partecipante veniva confrontato con i propri risultati precedenti, non con quelli degli altri. Un dettaglio che conta parecchio.
I miglioramenti più grandi arrivano da chi parte più in basso
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda chi ha ottenuto i risultati più significativi. Le persone che partivano con i punteggi più bassi nel BrainHealth Index hanno mostrato i miglioramenti più marcati nel tempo. Come ha spiegato Lori Cook, direttrice della ricerca clinica del centro e autrice corrispondente dello studio, chi inizia da una posizione svantaggiata potrebbe avere più margine di crescita e, probabilmente, anche una motivazione più forte a investire tempo nell’allenamento. Ma il dato notevole è che anche chi era già ad alti livelli ha registrato progressi misurabili nella propria salute cerebrale.
Miglioramenti sono stati osservati perfino tra i partecipanti ultraottantenni. Questo suggerisce che lavorare sulla salute del cervello non serve solo come prevenzione nelle fasi precoci della vita, ma può restare efficace anche in età molto avanzata. Sandra Bond Chapman, autrice senior dello studio e direttrice del Center for BrainHealth, ha commentato con una frase che vale la pena riportare: il cervello non è definito dall’età, ma dalle possibilità.
L’impegno conta più dell’anagrafe (e del titolo di studio)
Un altro risultato che merita attenzione: il fattore che più di tutti ha predetto il miglioramento non è stato il genere, l’età o il livello di istruzione, ma il grado di coinvolgimento attivo dei partecipanti. Chi si è impegnato con costanza ha ottenuto risultati migliori, punto. Questo sposta il discorso dalla genetica e dalla fortuna alla responsabilità personale, a quello che Cook chiama il legame tra neuroplasticità e senso di autodeterminazione.
Va detto, per completezza, che il campione dello studio presenta dei limiti: la maggioranza dei partecipanti era composta da donne bianche con istruzione universitaria. I ricercatori ne sono consapevoli e stanno lavorando per ampliare la rappresentatività demografica nelle fasi successive. Il BrainHealth Project, del resto, continua a raccogliere dati. Circa 400 partecipanti dell’area di Dallas hanno già completato oltre 1.200 scansioni cerebrali presso il Sammons BrainHealth Imaging Center, offrendo una base per esplorare i meccanismi neurali dietro questi cambiamenti. La strada è ancora lunga, ma la direzione è chiara: il cervello ha risorse che troppo spesso vengono sottovalutate. E forse è arrivato il momento di smettere di dare per scontato che invecchiare significhi per forza perdere colpi.


