Neuroni antichi nel tronco encefalico: la scoperta che cambia la comprensione dell’attenzione
Un gruppo di neuroni nel tronco encefalico potrebbe essere la chiave per capire come il cervello filtra le distrazioni e mantiene la concentrazione. La scoperta, firmata dai ricercatori della Johns Hopkins University e pubblicata su Nature Communications nel giugno 2026, ribalta una convinzione diffusa: per decenni si è pensato che l’attenzione fosse governata quasi esclusivamente dalla corteccia prefrontale, la parte più “evoluta” del cervello. E invece no. Esiste un meccanismo molto più antico, condiviso da tutti i vertebrati, che funziona come una specie di filtro attentivo naturale. Un sistema che, quando smette di funzionare, produce effetti sorprendentemente simili a quelli dell’ADHD.
La cosa interessante è proprio questa: i ricercatori hanno individuato questi neuroni in una regione cerebrale primitiva, il tronco encefalico, presente non solo nei mammiferi ma anche in uccelli, pesci, rane e tartarughe. Come ha spiegato Ninad Kothari, primo autore dello studio, se si torna indietro di centinaia di milioni di anni nell’evoluzione, la capacità di focalizzare l’attenzione esisteva già. Eppure quegli animali non avevano una corteccia prefrontale sviluppata. Quindi doveva esserci qualcos’altro. E quel qualcos’altro sta proprio in questi neuroni inibitori del tronco encefalico.
Cosa succede quando questi neuroni vengono “spenti”
Per verificare il ruolo di queste cellule, il team ha progettato un compito attentivo per i topi, simile a quelli usati negli studi sugli esseri umani. Gli animali dovevano rispondere a stimoli visivi mostrati direttamente davanti a loro, ignorando segnali distraenti che comparivano lateralmente. Finché i neuroni erano attivi, i topi se la cavavano benissimo. Ma nel momento in cui i ricercatori li disattivavano temporaneamente, gli animali diventavano ipersensibili a qualsiasi distrazione, anche la più debole. Esattamente quello che accade nelle persone con disturbo da deficit di attenzione.
E la parte davvero notevole è che, il giorno dopo, riattivando i neuroni, i topi tornavano perfettamente capaci di ignorare le distrazioni. Come se qualcuno avesse premuto un interruttore. Shreesh Mysore, neuroscienziato e autore senior della ricerca, ha descritto questa parte del cervello come un vero e proprio “motore della selezione attentiva”, quello che aiuta a rispondere alla domanda: qual è l’informazione più importante su cui concentrarsi adesso?
Prospettive per ADHD e autismo
I test supplementari hanno escluso che i topi avessero problemi di vista o difficoltà motorie. L’unica funzione compromessa era proprio la capacità di valutare informazioni in competizione tra loro e di dare priorità al segnale più rilevante. Una scoperta che apre scenari importanti per chi studia l’attenzione selettiva spaziale e i disturbi a essa collegati.
Tutti gli indizi raccolti finora suggeriscono che questi neuroni esistano anche negli esseri umani. Se ulteriori studi confermeranno che nelle persone con ADHD o autismo queste cellule funzionano in modo diverso, si potrebbe arrivare a sviluppare terapie più mirate, farmaci pensati per agire su un circuito specifico anziché su meccanismi cerebrali più generici. Non è ancora il momento delle certezze, ma la direzione è promettente. E il fatto che questo sistema sia così antico, così radicato nella biologia dei vertebrati, lo rende ancora più affascinante da esplorare.


