LIGO ha captato un segnale anomalo che potrebbe svelare la materia oscura

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Un segnale anomalo di LIGO potrebbe svelare il mistero della materia oscura

Qualcosa di strano è stato captato dai rilevatori di LIGO, e potrebbe cambiare radicalmente la comprensione dell’universo. Un segnale gravitazionale anomalo, individuato dall’osservatorio americano, ha riacceso le speranze attorno a un’ipotesi affascinante: i buchi neri primordiali potrebbero davvero esistere. E se fosse confermato, questo significherebbe anche avere finalmente una risposta concreta sulla natura della materia oscura, quel componente invisibile che rappresenta circa l’85 percento di tutta la materia nell’universo.

A lanciare la proposta sono stati Nico Cappelluti, professore associato di fisica all’Università di Miami, e il dottorando Alberto Magaraggia. La loro ricerca, pubblicata su The Astrophysical Journal, parte da un evento rilevato da LIGO verso la fine dello scorso anno: una fusione in cui almeno uno degli oggetti coinvolti sembrava avere una massa inferiore a quella del Sole. Un dettaglio che non torna, perché i buchi neri convenzionali nascono dal collasso di stelle massicce, e non possono essere così leggeri. L’unica spiegazione plausibile, secondo i ricercatori, è che si tratti proprio di un buco nero primordiale, formatosi nelle condizioni estreme della prima frazione di secondo dopo il Big Bang, molto prima che esistessero stelle o galassie.

Non tutti nella comunità scientifica sono convinti. Alcuni astrofisici sospettano che il segnale possa essere semplice rumore strumentale, dato che i rilevatori di LIGO sono sensibili a un livello quasi inconcepibile. Però i numeri dello studio reggono: Cappelluti e Magaraggia hanno stimato quanti buchi neri primordiali dovrebbero esistere nell’universo e con quale frequenza LIGO potrebbe intercettarli. I risultati coincidono con la rarità degli eventi osservati finora, il che rende la spiegazione coerente.

Dalla Guerra Fredda a oggi: una teoria che aspettava le prove

L’idea dei buchi neri primordiali non è nuova. Risale agli anni della Guerra Fredda, quando gli scienziati sovietici Yakov Zeldovich e Igor Novikov ne ipotizzarono per primi l’esistenza. Poi, nei primi anni Settanta, Stephen Hawking riprese il concetto ampliandolo: questi oggetti potevano essere abbondanti, emettere radiazione e, soprattutto, spiegare la materia oscura. Per decenni, però, mancavano gli strumenti per cercarli davvero.

LIGO ha cambiato tutto. Il 14 settembre 2015, l’osservatorio ha rilevato per la prima volta le onde gravitazionali, confermando una previsione fondamentale della relatività generale di Einstein e aprendo un modo completamente nuovo di studiare il cosmo. Da allora, ogni segnale anomalo viene esaminato con attenzione, e quello recente ha caratteristiche che lo rendono particolarmente interessante.

Il futuro della caccia ai buchi neri primordiali

Cappelluti lo dice chiaramente: una singola rilevazione non basta. Servono altri segnali con le stesse caratteristiche per avere la conferma definitiva. Ma quello che è emerso finora non può essere ignorato. LIGO, insieme ai suoi partner internazionali come il rilevatore Virgo in Italia e l’osservatorio sotterraneo KAGRA in Giappone, continuerà a cercare. Gli aggiornamenti previsti renderanno i rilevatori ancora più sensibili, aumentando le probabilità di intercettare altri candidati.

Nel frattempo, si guarda già oltre. L’Agenzia Spaziale Europea sta progettando LISA, un interferometro spaziale il cui lancio è previsto per il 2035, capace di captare onde gravitazionali risalenti alle epoche più remote dell’universo. E negli Stati Uniti è in fase di progettazione Cosmic Explorer, che promette una sensibilità circa dieci volte superiore a quella di LIGO, con la capacità di rilevare fusioni avvenute quando si formavano le prime stelle.

Se i buchi neri primordiali fossero reali, e se davvero costituissero una porzione significativa della materia oscura, sarebbe una delle scoperte più importanti nella storia dell’astrofisica. Per ora resta un “se” molto promettente, ma la scienza funziona così: un segnale alla volta, con pazienza e rigore.

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