Il glifosato potrebbe alimentare la diffusione dei superbatteri resistenti agli antibiotici
Uno degli erbicidi più utilizzati al mondo potrebbe avere un ruolo che nessuno aveva previsto nella lotta contro i superbatteri. Un nuovo studio pubblicato su Frontiers in Microbiology ha rivelato un legame inquietante tra il glifosato, il principio attivo presente in molti diserbanti agricoli, e la capacità dei batteri multiresistenti di sopravvivere e diffondersi ben oltre le corsie degli ospedali.
La resistenza antimicrobica causa ogni anno tra 1,1 e 1,4 milioni di morti nel mondo. Fino ad oggi, la colpa veniva attribuita quasi esclusivamente all’uso eccessivo e scorretto degli antibiotici. Ma questa ricerca, condotta da un team guidato dalla dottoressa Daniela Centrón dell’Istituto di Microbiologia Medica e Parassitologia di Buenos Aires, apre uno scenario diverso. I batteri resistenti isolati negli ospedali non solo sopravvivono a più classi di antibiotici, ma tollerano anche concentrazioni elevate di glifosato. E questo dettaglio cambia parecchio le carte in tavola.
Dai campi agli ospedali, un percorso a doppio senso
Per capire quanto fosse profondo il problema, i ricercatori hanno analizzato 102 ceppi batterici provenienti da tre ambienti completamente diversi: una riserva naturale protetta nel delta del Paraná, a nord di Buenos Aires, strutture ospedaliere locali e terreni agricoli trattati con erbicidi. Il risultato è stato piuttosto sorprendente. Tutti i 68 ceppi raccolti nella riserva, dove il glifosato non è mai stato applicato direttamente ma viene usato nelle zone agricole circostanti, mostravano almeno un certo grado di resistenza sia al glifosato sia agli erbicidi a base di glifosato.
Tra i ceppi ospedalieri, il quadro era ancora più preoccupante. Il 74% risultava resistente ai carbapenemi, antibiotici considerati l’ultima linea di difesa contro le infezioni più gravi. E tutti questi ceppi erano anche altamente resistenti al glifosato. Come ha spiegato la dottoressa Camila Knecht, prima autrice dello studio, se questi batteri finiscono nell’ambiente attraverso le acque reflue non trattate degli ospedali, troverebbero nelle aree agricole un terreno perfetto per prosperare, proprio grazie alla presenza del diserbante.
La cosa forse più significativa è emersa dall’analisi genetica. Costruendo una sorta di albero genealogico dei batteri, i ricercatori hanno scoperto che i ceppi con la maggiore resistenza al glifosato risultavano spesso imparentati tra loro, indipendentemente dal fatto che provenissero da ospedali, allevamenti o dalla riserva naturale. Questo suggerisce che la selezione operata dal glifosato e quella operata dagli antibiotici funzionano in parallelo, con il ciclo dell’acqua che fa da ponte tra i due mondi.
Regolamentazioni e salute pubblica: serve un ripensamento
Il glifosato è già da tempo al centro di un acceso dibattito scientifico e normativo. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro lo classifica come probabile cancerogeno per l’uomo, e diversi Paesi europei ne hanno già limitato l’uso. Francia, Belgio e Paesi Bassi lo hanno vietato per uso domestico, mentre la Germania ne proibisce l’impiego negli spazi pubblici.
Alla luce di questi risultati, i ricercatori sostengono che le normative sui pesticidi dovrebbero includere test specifici sulla co-selezione con gli antibiotici prima di autorizzarne la commercializzazione. Le etichette dei prodotti, secondo Centrón, dovrebbero riportare un avvertimento chiaro: i geni per la resistenza agli antibiotici possono trasferirsi dai suoli contaminati dal glifosato fino agli ospedali, attraverso le acque non trattate. Non è più soltanto una questione agricola. È un problema di salute pubblica che riguarda tutti, e che meriterebbe molta più attenzione di quella che sta ricevendo.


