Glioblastoma, scoperte cellule cerebrali che alimentano il tumore

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Cellule cerebrali nascoste alimentano il glioblastoma: la scoperta che cambia le regole del gioco

Una scoperta sorprendente sul glioblastoma arriva dal Canada e potrebbe riscrivere parte di quello che sapevamo su questo tumore cerebrale devastante. Un gruppo di scienziati ha individuato un meccanismo nascosto: alcune cellule cerebrali, che fino a ieri si pensava servissero solo a proteggere i nervi sani, in realtà aiutano attivamente il tumore a crescere e a diffondersi. E la cosa ancora più interessante? Bloccando questa comunicazione nei modelli di laboratorio, la crescita tumorale è rallentata in modo significativo.

Il glioblastoma è il tipo di tumore al cervello più aggressivo e, ad oggi, sostanzialmente incurabile. La sopravvivenza si misura spesso in mesi, non in anni. Ecco perché ogni nuova pista terapeutica vale oro. Lo studio, pubblicato sulla rivista Neuron, è stato condotto dai ricercatori della McMaster University e del SickKids, l’ospedale pediatrico di Toronto. Tra gli autori principali figurano Kui Zhai, ricercatore nel laboratorio di Sheila Singh alla McMaster, e Nick Mikolajewicz, che durante lo studio lavorava come postdoc nel laboratorio di Jason Moffat al SickKids.

Come ha spiegato Sheila Singh, co autrice senior e professoressa di chirurgia alla McMaster: il glioblastoma non è semplicemente un ammasso di cellule tumorali, ma un vero e proprio ecosistema. Decodificando il modo in cui queste cellule comunicano tra loro, il team ha trovato una vulnerabilità che potrebbe essere colpita con un farmaco già disponibile sul mercato.

Oligodendrociti: da alleati del cervello a complici del tumore

Il cuore della scoperta riguarda gli oligodendrociti, cellule che normalmente hanno il compito di proteggere le fibre nervose avvolgendole in una guaina isolante. Quello che nessuno sospettava è che, in presenza del glioblastoma, queste cellule possano cambiare comportamento e iniziare a sostenere la crescita tumorale. Il meccanismo funziona attraverso un sistema di segnalazione ben definito: gli oligodendrociti comunicano con le cellule cancerose, creando condizioni favorevoli alla sopravvivenza e all’espansione del tumore.

Quando i ricercatori hanno interrotto questa segnalazione nei modelli sperimentali, la crescita del glioblastoma è calata in modo considerevole. Un risultato che dimostra quanto questa interazione sia essenziale per la progressione della malattia.

Un farmaco contro l’HIV potrebbe fare la differenza

Ed è qui che la storia diventa davvero promettente. Il processo di segnalazione tra oligodendrociti e cellule tumorali coinvolge un recettore chiamato CCR5. Questo recettore è già il bersaglio di un farmaco noto come Maraviroc, utilizzato da tempo nel trattamento dell’HIV. Il fatto che sia già approvato e ampiamente usato significa che potrebbe essere riproposto più rapidamente come trattamento per il glioblastoma, saltando molte delle fasi iniziali di sviluppo farmacologico.

Jason Moffat, co autore senior dello studio e responsabile del programma di Genetica e Biologia del Genoma al SickKids, ha sottolineato che l’ecosistema cellulare all’interno del glioblastoma è molto più dinamico di quanto si credesse. Scoprire un pezzo importante della biologia di questo tumore e, contemporaneamente, identificare un potenziale bersaglio terapeutico già raggiungibile con un farmaco esistente apre una strada concreta verso nuove opzioni di trattamento per i pazienti.

Questi risultati si collegano a ricerche precedenti pubblicate su Nature Medicine nel 2024, sempre da Singh e Moffat, che avevano dimostrato come le cellule tumorali sfruttino percorsi normalmente attivi durante lo sviluppo cerebrale per diffondersi. Insieme, questi studi indicano una direzione nuova nella ricerca sul glioblastoma: interrompere i sistemi di comunicazione di cui il tumore ha bisogno per sopravvivere. Non è ancora la cura definitiva, ma è un passo avanti che ha il sapore di qualcosa di concreto.

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