Gli impatti di meteoriti potrebbero aver innescato la vita sulla Terra
Gli impatti di meteoriti sulla Terra primitiva non avrebbero portato solo distruzione. Secondo una nuova ricerca della Rutgers University, pubblicata ad aprile 2026, quegli stessi eventi catastrofici potrebbero aver creato le condizioni ideali per la nascita della vita. Un’idea che ribalta parecchi luoghi comuni e che apre scenari affascinanti, anche per la ricerca di vita extraterrestre.
Il punto di partenza è questo: quando un grande meteorite colpisce la superficie terrestre, genera un calore enorme che fonde la roccia circostante. Man mano che il cratere si raffredda e si riempie d’acqua, si forma un ambiente caldo, ricco di minerali e sostanze chimiche. Qualcosa di molto simile alle sorgenti idrotermali che si trovano nelle profondità degli oceani. Quei sistemi, già noti alla scienza da decenni, ospitano interi ecosistemi al buio totale, alimentati non dalla luce solare ma da reazioni chimiche come la chemiosintesi.
La novità dello studio, firmato dalla ricercatrice Shea Cinquemani e dall’oceanografo Richard Lutz, sta nell’aver messo sotto i riflettori i sistemi idrotermali generati da impatti come ambienti potenzialmente cruciali per l’origine della vita. Questi sistemi potevano durare migliaia, persino decine di migliaia di anni. Tempo più che sufficiente perché molecole semplici si combinassero in strutture via via più complesse.
Dai crateri terrestri alle lune ghiacciate del sistema solare
Cinquemani ha analizzato tre siti di impatto ben noti per capire come questi ambienti evolvono nel tempo. Il cratere di Chicxulub, sotto la penisola dello Yucatán in Messico, formatosi circa 65 milioni di anni fa, ha ospitato un sistema idrotermale di lunga durata. Il cratere Haughton nell’Artico canadese risale a circa 31 milioni di anni fa. E poi c’è il lago Lonar in India, creato circa 50.000 anni fa, che contiene ancora acqua e offre uno sguardo diretto su come funzionano questi sistemi.
La Terra primitiva era bombardata continuamente da asteroidi, il che rende plausibile che ambienti del genere fossero piuttosto diffusi. E qui entra in gioco la parte forse più stimolante della ricerca: se queste condizioni hanno funzionato sulla Terra, potrebbero funzionare anche altrove. Si pensa che attività idrotermale esista sui fondali oceanici di Europa, la luna di Giove, e di Encelado, satellite di Saturno. Sistemi simili potrebbero essersi formati anche nei crateri di Marte nelle sue fasi più antiche.
Da un compito universitario a una pubblicazione scientifica
C’è un dettaglio che rende questa storia ancora più notevole. Cinquemani ha iniziato il lavoro come semplice progetto durante l’ultimo anno di studi, nel corso “Hydrothermal Vents” tenuto dal professor Lutz. Un compito che poi si è trasformato in una pubblicazione peer reviewed sul Journal of Marine Science and Engineering. Lutz stesso ha definito il processo di revisione tra i più rigorosi che abbia mai visto: quindici pagine di commenti e cinque cicli di revisione.
Quello che colpisce è la curiosità alla base di tutto. Come ha detto Cinquemani stessa, gli esseri umani mettono in discussione ogni cosa. Forse non sapremo mai con certezza assoluta come è cominciata la vita, ma studi come questo avvicinano un po’ di più a una risposta. E la possibilità che la distruzione cosmica abbia seminato le basi della biologia resta una delle ipotesi più affascinanti che la scienza moderna stia esplorando.


