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	<title>neolitico Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Stonehenge, la pietra dell&#8217;Altare ha viaggiato 700 km: opera dell&#8217;uomo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 03:53:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pietra dell'Altare di Stonehenge: 700 chilometri di viaggio attraverso la Gran Bretagna La pietra dell'Altare di Stonehenge ha viaggiato per circa 700 chilometri prima di arrivare dove si trova oggi. Non trasportata dal caso, non spinta dai ghiacciai, ma spostata deliberatamente da esseri umani...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La pietra dell&#8217;Altare di Stonehenge: 700 chilometri di viaggio attraverso la Gran Bretagna</h2>
<p>La <strong>pietra dell&#8217;Altare di Stonehenge</strong> ha viaggiato per circa 700 chilometri prima di arrivare dove si trova oggi. Non trasportata dal caso, non spinta dai ghiacciai, ma spostata deliberatamente da esseri umani migliaia di anni fa. Questa è la conclusione a cui arriva un nuovo studio guidato dai ricercatori della <strong>Curtin University</strong>, pubblicato sul Journal of Quaternary Science nel giugno 2026. E la cosa, francamente, lascia a bocca aperta.</p>
<p>Il fulcro della ricerca è un megalite di arenaria dal peso di circa <strong>sei tonnellate</strong>, posizionato al centro del celebre monumento nella piana di Salisbury. Studi precedenti avevano già suggerito che la pietra provenisse dalla <strong>Scozia nordorientale</strong>, a una distanza enorme dal sito finale. Ma restavano dubbi: potevano essere stati i ghiacciai dell&#8217;ultima era glaciale a trascinare quel masso verso sud? La risposta, stando ai nuovi dati, è no. O almeno, non del tutto.</p>
<p>Il team di scienziati ha combinato tecniche di datazione dei grani minerali con modelli computerizzati delle antiche <strong>calotte glaciali</strong>. I risultati mostrano che i ghiacciai potrebbero aver spostato rocce dalla Scozia solo parzialmente, forse fino al <strong>Dogger Bank</strong> nel Mare del Nord. Ma da lì a portare la pietra dell&#8217;Altare fino all&#8217;Inghilterra meridionale, non esiste alcun percorso glaciale plausibile. Il che significa una cosa sola: centinaia di chilometri di trasporto sono stati opera dell&#8217;uomo.</p>
<h2>Un livello di organizzazione che riscrive la preistoria</h2>
<p>Il dottor Anthony Clarke, co-autore dello studio e membro del gruppo Timescales of Minerals Systems della Curtin University, ha spiegato che le evidenze puntano verso un <strong>trasporto intenzionale</strong> e pianificato con cura. Niente di accidentale. Si parla di comunità neolitiche capaci di coordinare lo spostamento di un blocco da sei tonnellate attraverso un paesaggio vario e complesso, probabilmente alternando il traino via terra con il trasporto fluviale o costiero dove le condizioni lo permettevano.</p>
<p>Spostare la <strong>pietra dell&#8217;Altare di Stonehenge</strong> su una distanza simile avrebbe richiesto non solo forza bruta, ma una comprensione profonda del territorio, capacità logistiche notevoli e, soprattutto, una determinazione fuori dal comune. È il tipo di impresa che costringe a rivedere l&#8217;immagine delle <strong>società neolitiche</strong> come gruppi primitivi e disorganizzati.</p>
<h2>Prossimi passi della ricerca</h2>
<p>Il gruppo di ricerca, che include anche esperti della Sheffield Hallam University, dell&#8217;Università di Sheffield, di Wessex Archaeology e dell&#8217;Università di Bristol, intende proseguire le indagini per identificare con precisione il punto esatto di origine della pietra in Scozia. L&#8217;obiettivo è anche ricostruire le <strong>rotte preistoriche</strong> che queste comunità potrebbero aver utilizzato per completare un viaggio così straordinario.</p>
<p>Quello che emerge da questo studio non è solo un dettaglio geologico. È la prova che <strong>Stonehenge</strong> rappresenta qualcosa di molto più grande di un cerchio di pietre: un progetto collettivo di portata quasi inconcepibile, realizzato da persone che avevano una visione chiara e la capacità concreta di metterla in pratica.</p>
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		<title>Pirenei, scoperta grotta con miniere di rame di 5.500 anni a 2.200 metri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 00:53:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una grotta nei Pirenei riscrive la storia della preistoria: miniere di rame a 2.200 metri di quota Un dente da latte, un frammento di osso e decine di pietre verdi. Bastano questi elementi per aprire uno squarcio su una storia vecchia di 5.500 anni, rimasta sepolta in una grotta arroccata a oltre...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una grotta nei Pirenei riscrive la storia della preistoria: miniere di rame a 2.200 metri di quota</h2>
<p>Un dente da latte, un frammento di osso e decine di pietre verdi. Bastano questi elementi per aprire uno squarcio su una storia vecchia di <strong>5.500 anni</strong>, rimasta sepolta in una grotta arroccata a oltre 2.200 metri di altezza nei <strong>Pirenei orientali</strong>. La scoperta, pubblicata sulla rivista Frontiers in Environmental Archaeology, potrebbe cambiare radicalmente quello che si pensava sul rapporto tra le <strong>comunità preistoriche</strong> e gli ambienti di alta montagna. Perché questa non era una tappa di passaggio. Era un luogo dove si tornava, ancora e ancora, per un motivo preciso.</p>
<p>La grotta, chiamata <strong>Cova 338</strong>, si trova nella valle del Freser. Gli archeologi hanno scavato un&#8217;area di circa sei metri quadrati vicino all&#8217;ingresso e hanno identificato quattro strati distinti di attività umana. Lo strato più profondo, datato a circa 6.000 anni fa, conteneva solo frammenti di carbone. Ma è negli strati intermedi che le cose si fanno davvero interessanti. Sono emersi ben 23 focolari, pieni di frammenti di un <strong>minerale verde</strong> frantumato e bruciato. Le analisi preliminari indicano che potrebbe trattarsi di <strong>malachite</strong>, un minerale ricco di rame. Se la conferma arriverà, e il team dell&#8217;Università di Granada ci sta lavorando proprio adesso, Cova 338 potrebbe rappresentare uno dei più antichi campi minerari d&#8217;alta quota mai documentati.</p>
<p>La cosa che colpisce è la sistematicità. I focolari si sovrappongono l&#8217;uno all&#8217;altro, segno che lo stesso punto veniva riutilizzato a distanza di tempo. Non si trattava di un&#8217;occupazione continua, ma di ritorni ripetuti nell&#8217;arco di circa 2.000 anni. Come ha spiegato il professor Carlos Tornero, dell&#8217;Istituto Catalano di Paleoecologia Umana, la densità dei resti suggerisce soggiorni brevi o di media durata, ma ricorrenti con una regolarità che non ha nulla di casuale. Molti frammenti del minerale verde risultano alterati dal calore, mentre altri materiali nella grotta non lo sono. Questo dettaglio esclude che le bruciature siano accidentali: il fuoco serviva a lavorare quel materiale, con un&#8217;intenzione chiara e deliberata.</p>
<h2>I resti di un bambino e gioielli che raccontano connessioni antiche</h2>
<p>Dallo stesso strato che conteneva i focolari più antichi, quelli datati tra 5.500 e 4.000 anni fa, sono emersi anche <strong>resti umani</strong>: un osso di un dito e un dente da latte appartenenti ad almeno un bambino di circa 11 anni. Non ci sono ancora elementi sufficienti per stabilire le cause della morte né per capire se le due ossa appartengano allo stesso individuo. Ma la presenza di resti umani apre una possibilità affascinante: che Cova 338 custodisca, nei suoi strati più profondi ancora da esplorare, delle <strong>sepolture preistoriche</strong>.</p>
<p>Accanto ai resti sono stati recuperati anche due pendagli. Uno ricavato da una conchiglia, l&#8217;altro da un dente di <strong>orso bruno</strong>. Entrambi provengono da contesti databili probabilmente attorno al secondo millennio avanti Cristo. Il pendaglio in conchiglia trova paralleli in altri siti della Catalogna, il che suggerisce tradizioni condivise o reti di contatto tra comunità diverse. Quello in dente d&#8217;orso è molto più raro e potrebbe avere un significato simbolico legato all&#8217;ambiente locale.</p>
<h2>Una storia ancora tutta da scavare</h2>
<p>Lo scavo di Cova 338 non ha ancora raggiunto la piena profondità del sito. La sequenza archeologica resta incompleta, e questo è forse l&#8217;aspetto più promettente di tutta la faccenda. Le campagne di scavo proseguiranno durante l&#8217;estate, con l&#8217;obiettivo di documentare nuovi strati, identificare con certezza la natura del minerale verde e tracciarne l&#8217;origine geologica. Quello che già oggi appare evidente è che questa grotta nei <strong>Pirenei</strong> non era un rifugio occasionale. Era un punto di riferimento, un luogo con un valore specifico che ha continuato ad attrarre gruppi umani per millenni. E se le analisi confermeranno la presenza di malachite lavorata a queste altitudini e in epoche così remote, toccherà rivedere parecchie convinzioni su quanto fossero capaci, organizzate e intraprendenti le comunità che abitavano queste montagne migliaia di anni fa.</p>
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		<title>DNA antico riscrive la preistoria europea: il ruolo chiave delle donne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2026 14:24:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il DNA antico riscrive la preistoria europea: il ruolo chiave delle donne</h2>
<p>Il <strong>DNA antico</strong> sta cambiando radicalmente quello che sapevamo sulla formazione delle popolazioni europee. E lo sta facendo con una storia molto più complicata, e francamente più interessante, di quella raccontata fino a pochi anni fa. Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista <strong>Nature</strong> nel maggio 2026 ha messo in luce dinamiche sorprendenti: matrimoni misti, migrazioni silenziose e scambi culturali che hanno ridisegnato il volto del continente millenni prima che qualcuno iniziasse a scrivere la storia.</p>
<p>Il quadro tradizionale era piuttosto lineare. L&#8217;Europa moderna sarebbe il risultato di tre grandi ondate migratorie provenienti da est: prima i <strong>cacciatori-raccoglitori</strong>, oltre 40.000 anni fa; poi gli <strong>agricoltori neolitici</strong> dall&#8217;Anatolia, circa 9.000 anni fa; infine la cultura della <strong>Ceramica Cordata</strong>, proveniente dalle steppe russe, circa 5.000 anni fa. Tre pennellate larghe, e il quadro era fatto. Troppo semplice, come si è scoperto.</p>
<p>Il gruppo di ricerca, guidato dal professor David Reich e dal dottor Iñigo Olalde di Harvard, insieme a colleghi europei tra cui l&#8217;Università di Huddersfield e l&#8217;Université de Liège, ha analizzato il materiale genetico di resti umani trovati in scavi tra Belgio e Paesi Bassi. E qui le cose si fanno davvero interessanti. I genomi delle persone vissute lungo il fiume Mosa circa 5.000 anni fa mostravano almeno il 50% di <strong>ascendenza locale</strong> da cacciatori-raccoglitori, mescolata con quella degli agricoltori anatolici. Non era affatto il profilo che ci si aspettava.</p>
<h2>Donne che portarono l&#8217;agricoltura oltre la frontiera</h2>
<p>Il dettaglio più affascinante emerge dal confronto tra il <strong>cromosoma Y</strong> (linea maschile) e il <strong>DNA mitocondriale</strong> (linea femminile). Nei resti belgi, i cromosomi Y appartenevano tutti a lignaggi tipici dei cacciatori-raccoglitori. Ma tre quarti delle linee mitocondriali provenivano da donne di comunità agricole più a sud. Il messaggio è piuttosto eloquente: furono le donne a portare le competenze agricole dentro le comunità di cacciatori-raccoglitori, probabilmente attraverso alleanze matrimoniali.</p>
<p>Questo scenario conferma un modello proposto già negli anni Ottanta dagli archeologi Marek Zvelebil e Peter Rowley-Conwy, quello della &#8220;mobilità di frontiera&#8221;. Una zona di contatto tra comunità agricole pioniere e gruppi di cacciatori-raccoglitori, dove si formavano gradualmente relazioni commerciali e legami familiari. La frontiera, secondo i nuovi dati sul <strong>DNA antico</strong>, era molto più permeabile alle donne che agli uomini. E questo ribalta un&#8217;assunzione diffusa tra gli archeologi: non erano le donne dei cacciatori-raccoglitori a &#8220;sposarsi verso l&#8217;alto&#8221; nelle comunità agricole, ma il contrario.</p>
<h2>L&#8217;ondata dei Bicchieri Campaniformi e la trasformazione della Gran Bretagna</h2>
<p>Circa 4.600 anni fa, però, arrivò un altro terremoto demografico. Una nuova ondata di coloni pastori provenienti dalle steppe russe, inizialmente identificabili con la cultura della Ceramica Cordata, si trasformò in quella che conosciamo come cultura del <strong>Bicchiere Campaniforme</strong>. Nel giro di pochi secoli, il paesaggio genetico della regione del Reno e della Mosa venne completamente ridisegnato. Già 4.400 anni fa, meno del 20% dell&#8217;ascendenza locale risaliva ai precedenti agricoltori e cacciatori-raccoglitori. Il resto, almeno l&#8217;80%, veniva dalla steppa.</p>
<p>Questi gruppi non si fermarono al continente. Si espansero oltre la Manica e attraverso tutta la <strong>Gran Bretagna</strong>, fino alle isole Orcadi. Il risultato fu una sostituzione genetica stimata intorno al 90% della popolazione britannica neolitica. Quegli stessi agricoltori che avevano costruito <strong>Stonehenge</strong> nei secoli precedenti sembrarono quasi scomparire. I motivi restano ancora poco chiari, e forse, con nuovi dati dal DNA antico e dall&#8217;archeologia, anche questo quadro così netto potrebbe rivelarsi più sfumato di quanto appaia oggi. La preistoria europea, del resto, continua a riservare sorprese a ogni nuovo genoma analizzato.</p>
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		<title>DNA antico svela una popolazione scomparsa vicino a Parigi: cosa è successo</title>
		<link>https://tecnoapple.it/dna-antico-svela-una-popolazione-scomparsa-vicino-a-parigi-cosa-e-successo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 22:23:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il DNA antico svela una popolazione scomparsa vicino a Parigi, sostituita da perfetti sconosciuti Qualcosa di davvero inquietante è successo circa 5.000 anni fa a pochi chilometri da Parigi. Il DNA antico estratto da una grande tomba megalitica nei pressi di Bury, una cinquantina di chilometri a...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il DNA antico svela una popolazione scomparsa vicino a Parigi, sostituita da perfetti sconosciuti</h2>
<p>Qualcosa di davvero inquietante è successo circa 5.000 anni fa a pochi chilometri da Parigi. Il <strong>DNA antico</strong> estratto da una grande tomba megalitica nei pressi di Bury, una cinquantina di chilometri a nord della capitale francese, racconta una storia che sembra quasi un thriller preistorico: un&#8217;intera popolazione è scomparsa nel nulla e al suo posto ne è arrivata un&#8217;altra, completamente diversa, senza alcun legame genetico con chi viveva lì prima. Un azzeramento demografico in piena regola, emerso da uno studio pubblicato su <strong>Nature Ecology and Evolution</strong> nell&#8217;aprile 2026, condotto dall&#8217;Università di Copenaghen.</p>
<p>Lo studio ha analizzato i resti di <strong>132 individui</strong> sepolti nella stessa tomba megalitica, ma in due fasi temporali distinte. Il punto di rottura si colloca intorno al <strong>3000 a.C.</strong>, quando nella regione si verificò un drastico calo della popolazione. Il gruppo più antico mostrava affinità genetiche con le popolazioni agricole dell&#8217;Età della Pietra del nord della Francia e della Germania. Quello più recente, invece, presentava legami chiari con il sud della Francia e la <strong>Penisola Iberica</strong>. Nessuna continuità, nessuna mescolanza graduale. Solo una sostituzione netta.</p>
<h2>Peste, malattie e una mortalità impressionante</h2>
<p>Per capire cosa avesse provocato questo collasso, i ricercatori hanno utilizzato una tecnica di analisi del DNA capace di catturare tutto il materiale genetico conservato nelle ossa. Ed è saltato fuori qualcosa di notevole: tracce di <strong>Yersinia pestis</strong>, il batterio della peste, e di Borrelia recurrentis, il patogeno responsabile della febbre ricorrente trasmessa dai pidocchi. Tuttavia, come ha precisato Martin Sikora, professore associato all&#8217;Università di Copenaghen, la peste da sola non basta a spiegare tutto. Il declino fu probabilmente causato da un mix di <strong>malattie</strong>, stress ambientale e altri eventi destabilizzanti.</p>
<p>A rendere il quadro ancora più drammatico, l&#8217;analisi dei resti scheletrici ha evidenziato tassi di mortalità anomali nel periodo delle sepolture più antiche, con una quantità sproporzionata di bambini e giovani tra i defunti. Un segnale inequivocabile di crisi profonda, come ha sottolineato Laure Salanova del CNRS francese.</p>
<h2>Una società che cambia dalle fondamenta</h2>
<p>Il <strong>DNA antico</strong> non ha rivelato solo chi viveva dove, ma anche come queste comunità erano organizzate. Nella fase più antica, le persone sepolte nella tomba appartenevano spesso alle stesse famiglie allargate, con legami che attraversavano più generazioni. Un tessuto sociale denso, intimo. Dopo la sostituzione, invece, le sepolture ruotavano attorno a un singolo <strong>lignaggio maschile</strong>, segno di una struttura sociale radicalmente diversa e più selettiva.</p>
<p>Questo studio si inserisce in un filone di ricerche sempre più solido sul cosiddetto <strong>declino neolitico</strong>, un fenomeno che colpì vaste aree dell&#8217;Europa settentrionale e occidentale. E forse aiuta a rispondere a una domanda che gli archeologi si pongono da tempo: perché, a un certo punto, nessuno costruì più dolmen e megaliti in tutta Europa? La risposta, a quanto pare, è tanto semplice quanto brutale. Chi li costruiva era semplicemente sparito.</p>
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