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	<title>sinapsi Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Autismo: scoperte due forme distinte nascoste nel cervello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 22:23:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le scansioni cerebrali rivelano due sottotipi distinti di autismo Quella che per decenni è sembrata una condizione unica, con mille sfaccettature ma senza confini biologici netti, potrebbe in realtà nascondere almeno due forme diverse. Uno studio internazionale di grande portata ha identificato due...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Le scansioni cerebrali rivelano due sottotipi distinti di autismo</h2>
<p>Quella che per decenni è sembrata una condizione unica, con mille sfaccettature ma senza confini biologici netti, potrebbe in realtà nascondere almeno due forme diverse. Uno studio internazionale di grande portata ha identificato <strong>due sottotipi di autismo</strong> basati su schemi differenti di <strong>connettività cerebrale</strong>, aprendo scenari del tutto nuovi per la diagnosi e il trattamento personalizzato. La ricerca, pubblicata su <strong>Nature Neuroscience</strong> nel giugno 2026, è stata guidata dall&#8217;<strong>Istituto Italiano di Tecnologia</strong> (IIT) di Rovereto e dal Child Mind Institute di New York, con il contributo dell&#8217;Università di Trento.</p>
<p>Il punto di partenza è tanto semplice da enunciare quanto complesso da dimostrare: non tutte le persone con autismo presentano lo stesso funzionamento cerebrale. Anzi, le differenze sono profonde e radicate nella biologia. Il team di ricerca, coordinato da Alessandro Gozzi (IIT) e Adriana Di Martino (Child Mind Institute), ha analizzato le <strong>scansioni cerebrali</strong> di 940 bambini e giovani adulti con autismo, confrontandole con quelle di oltre 1.000 individui neurotipici. In parallelo, sono stati studiati 20 modelli di topo geneticamente modificati per cercare le basi molecolari di ciò che emergeva dalle immagini.</p>
<p>Il risultato? Due pattern chiari. Il primo sottotipo mostra una <strong>iperconnettività</strong>: le regioni del cervello comunicano più del normale, e questo schema è legato a processi biologici del sistema immunitario. Il secondo, al contrario, presenta una <strong>ipoconnettività</strong>, con comunicazione ridotta tra le aree cerebrali, associata a meccanismi che coinvolgono le sinapsi. Insieme, questi due gruppi rappresentano circa il 25% delle persone con autismo incluse nello studio. Non poco, considerando l&#8217;enorme variabilità che da sempre caratterizza questa condizione.</p>
<h2>I modelli animali come chiave di lettura biologica</h2>
<p>La vera forza di questa ricerca sta nel metodo. Per la prima volta su scala così ampia, gli scienziati hanno collegato in modo sistematico i pattern osservati nelle <strong>risonanze magnetiche funzionali</strong> (fMRI) umane con i meccanismi biologici identificati nei topi. È un po&#8217; come avere una stele di Rosetta, per usare le parole della stessa Di Martino: i modelli animali hanno permesso di capire quali percorsi biologici producono quali firme di connettività, e poi di andare a cercare quegli stessi schemi nel cervello umano.</p>
<p>Le analisi di espressione genica hanno rafforzato il quadro. Le regioni cerebrali associate alla ipoconnettività risultavano arricchite di geni sinaptici, mentre quelle legate alla iperconnettività mostravano una prevalenza di geni collegati al <strong>sistema immunitario</strong>. E la cosa notevole è che questi risultati si sono ripetuti in modo coerente attraverso decine di siti di ricerca indipendenti, il che dà al tutto una solidità non trascurabile.</p>
<h2>Verso una medicina di precisione per l&#8217;autismo</h2>
<p>I due sottotipi di autismo non differiscono solo a livello di connettività cerebrale. Gli individui nel gruppo a iperconnettività tendevano a ottenere punteggi leggermente più alti nelle misure di severità dell&#8217;autismo, un dettaglio che i test comportamentali standard, da soli, non riescono a catturare con la stessa precisione.</p>
<p>Naturalmente, i ricercatori mettono le mani avanti: questi due pattern probabilmente rappresentano solo una parte della diversità biologica dell&#8217;autismo. Man mano che i dataset diventeranno più ampi e le tecniche di analisi più sofisticate, è ragionevole aspettarsi che emergano ulteriori sottotipi. Ma il passo compiuto è significativo. Significa che la strada verso trattamenti calibrati sulla biologia individuale non è più solo un&#8217;aspirazione teorica, ma qualcosa che poggia su basi scientifiche concrete. Lo studio è stato finanziato, tra gli altri, dalla <strong>Simons Foundation</strong>, dal Consiglio Europeo della Ricerca e dal National Institute of Mental Health statunitense, a conferma della rilevanza e dell&#8217;ambizione del progetto.</p>
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		<title>Sinapsi silenti: la scoperta del MIT che ribalta tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/sinapsi-silenti-la-scoperta-del-mit-che-ribalta-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 11:53:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sinapsi silenti nel cervello adulto: la scoperta del MIT che cambia tutto Il cervello adulto nasconde milioni di sinapsi silenti, connessioni dormienti pronte ad attivarsi quando serve imparare qualcosa di nuovo. Sembra quasi fantascienza, eppure è quello che hanno scoperto i neuroscienziati del...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Sinapsi silenti nel cervello adulto: la scoperta del MIT che cambia tutto</h2>
<p>Il cervello adulto nasconde milioni di <strong>sinapsi silenti</strong>, connessioni dormienti pronte ad attivarsi quando serve imparare qualcosa di nuovo. Sembra quasi fantascienza, eppure è quello che hanno scoperto i neuroscienziati del <strong>MIT</strong> (Massachusetts Institute of Technology), ribaltando una convinzione che andava avanti da decenni. Per anni si pensava che queste connessioni inattive esistessero solo nella primissima infanzia, quando il cervello è una spugna che assorbe tutto. E invece no. Nel cervello adulto dei topi analizzati, circa il <strong>30% delle sinapsi nella corteccia</strong> risulta ancora silente. Un serbatoio enorme di potenziale, fermo lì in attesa del momento giusto.</p>
<p>La cosa affascinante è che queste sinapsi silenti non sono reliquie inutili. Funzionano come una riserva nascosta: permettono al cervello di formare <strong>nuovi ricordi</strong> senza cancellare quelli già consolidati. Dimitra Vardalaki, dottoranda al MIT e prima autrice dello studio pubblicato su <strong>Nature</strong>, lo spiega in modo piuttosto chiaro: quando arriva un&#8217;informazione davvero importante, le connessioni tra i neuroni coinvolti si rafforzano, ma solo tra quelle sinapsi silenti. Le sinapsi mature, quelle che custodiscono i ricordi già formati, restano al sicuro. Mark Harnett, professore associato di scienze cognitive al MIT e autore senior della ricerca, sottolinea come le sinapsi già attive abbiano una soglia di modifica molto più alta, proprio perché quei ricordi devono essere resistenti e non vanno sovrascritti con facilità.</p>
<h2>Una scoperta arrivata quasi per caso</h2>
<p>Il bello è che il team del MIT non stava nemmeno cercando le <strong>sinapsi silenti</strong>. Stavano studiando come i dendriti, le ramificazioni dei neuroni, elaborano i segnali in modo diverso a seconda della posizione. Per farlo hanno usato una tecnica chiamata eMAP, che espande fisicamente il tessuto cerebrale e permette di osservare le proteine con un dettaglio impressionante. Ed è lì che è spuntato qualcosa di inaspettato: ovunque guardassero, trovavano <strong>filopodia</strong>, minuscole protuberanze che sporgono dai dendriti. Strutture già osservate in passato, ma sempre considerate troppo piccole per essere studiate seriamente.</p>
<p>Analizzandole meglio, il gruppo ha scoperto che queste filopodia contenevano recettori NMDA ma non recettori AMPA. Questo dettaglio è fondamentale, perché le sinapsi attive hanno entrambi i tipi di recettore. Senza i recettori AMPA, la connessione resta elettricamente muta. Da qui il nome: silente. In pratica, queste strutture sono connessioni pronte a tutto, ma che non trasmettono nulla finché non vengono &#8220;accese&#8221; da un evento specifico di <strong>apprendimento</strong>.</p>
<h2>Cosa significa per la memoria e l&#8217;invecchiamento</h2>
<p>Per verificare che le filopodia funzionassero davvero come sinapsi silenti, i ricercatori hanno usato una tecnica di patch clamping modificata. Simulando il rilascio di glutammato, hanno confermato che senza lo sblocco dei recettori NMDA non passava alcun segnale. Ma quando il rilascio di glutammato veniva combinato con un impulso elettrico dal neurone, i recettori AMPA si accumulavano nella sinapsi, trasformandola in una connessione pienamente funzionante. Un processo molto più semplice rispetto alla modifica di una sinapsi già attiva.</p>
<p>Questo equilibrio tra <strong>flessibilità e stabilità</strong> è esattamente ciò che permette al cervello di continuare a imparare per tutta la vita. E apre scenari interessanti anche sul fronte dell&#8217;invecchiamento e delle <strong>malattie neurodegenerative</strong>. Il team del MIT sta già indagando se sinapsi silenti simili esistano anche nel cervello umano e come cambino con l&#8217;età. Se la riserva di connessioni flessibili si riduce col tempo, potrebbe diventare molto più difficile acquisire nuove abitudini o integrare informazioni fresche. La speranza, dice Harnett, è di individuare le molecole coinvolte nelle filopodia e trovare un modo per ripristinare quella flessibilità della memoria che si perde invecchiando. Un cervello molto più dinamico di quanto si credesse, insomma, con un arsenale nascosto di connessioni pronte a entrare in gioco al momento opportuno.</p>
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		<title>Codici a barre RNA per mappare il cervello: la tecnica che cambia tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/codici-a-barre-rna-per-mappare-il-cervello-la-tecnica-che-cambia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 17:52:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mappare il cervello con i codici a barre RNA: la svolta che cambia tutto Una tecnica rivoluzionaria basata su codici a barre RNA sta riscrivendo le regole della mappatura cerebrale. Un gruppo di ricercatori della University of Illinois Urbana-Champaign ha messo a punto un sistema che permette di...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Mappare il cervello con i codici a barre RNA: la svolta che cambia tutto</h2>
<p>Una tecnica rivoluzionaria basata su <strong>codici a barre RNA</strong> sta riscrivendo le regole della <strong>mappatura cerebrale</strong>. Un gruppo di ricercatori della University of Illinois Urbana-Champaign ha messo a punto un sistema che permette di tracciare migliaia di connessioni neurali con una precisione mai raggiunta prima, arrivando a identificare i collegamenti tra singole sinapsi. Il metodo, pubblicato sulla rivista <strong>Nature Methods</strong> nell&#8217;aprile 2026, trasforma un problema biologico enormemente complesso in qualcosa di gestibile: un problema di sequenziamento.</p>
<p>Fino a oggi, studiare come i <strong>neuroni</strong> si collegano tra loro era un lavoro lentissimo. Serviva tagliare il tessuto cerebrale in sezioni sottilissime, analizzarle al microscopio e ricostruire i percorsi praticamente a mano. Alcuni strumenti più recenti basati sul sequenziamento riuscivano a etichettare molti neuroni contemporaneamente, ma mostravano solo dove un neurone si estende, senza rivelare con quale cellula specifica forma una connessione alla sinapsi. Un limite enorme, se lo scopo è capire davvero come funziona il cablaggio del cervello.</p>
<h2>Come funziona Connectome-seq, la piattaforma che legge le connessioni neurali</h2>
<p>Il team guidato da Boxuan Zhao ha creato una piattaforma chiamata <strong>Connectome-seq</strong>. Il principio è elegante nella sua semplicità concettuale: a ogni neurone viene assegnato un codice a barre RNA unico. Proteine specializzate trasportano questi codici dal corpo principale del neurone fino alla sinapsi, il punto esatto dove due neuroni si incontrano. A quel punto, isolando le sinapsi e leggendo tramite <strong>sequenziamento ad alto rendimento</strong> quali coppie di codici a barre si trovano insieme, diventa possibile stabilire quali neuroni sono direttamente collegati tra loro.</p>
<p>Zhao ha usato una metafora piuttosto efficace per spiegare il concetto: «Si pensi a un grande mazzo di palloncini. Ogni palloncino ha i propri adesivi con codice a barre sul corpo principale, e alcuni scivolano fino all&#8217;estremità del filo. Se due palloncini sono legati insieme, i due codici si incontrano al nodo. Noi tagliamo quei nodi e leggiamo i codici a barre: se nello stesso nodo troviamo adesivi del palloncino A e del palloncino B, sappiamo che quei due sono collegati.»</p>
<p>Applicando Connectome-seq al cervello di topo, il team ha mappato oltre mille neuroni nel circuito pontocerebellare, scoprendo <strong>connessioni neurali</strong> tra tipi cellulari che nessuno aveva mai documentato nel cervello adulto. Una sorpresa che dimostra quanto ancora resta da scoprire, anche in circuiti che si pensava di conoscere abbastanza bene.</p>
<h2>Verso la diagnosi precoce delle malattie neurodegenerative</h2>
<p>La vera portata di questa tecnologia va oltre la ricerca di base. Essendo veloce e scalabile, Connectome-seq potrebbe accelerare enormemente lo studio di <strong>malattie neurodegenerative</strong> come l&#8217;<strong>Alzheimer</strong>, disturbi psichiatrici e altre patologie cerebrali. Confrontando le connessioni in cervelli sani con quelle in cervelli a diversi stadi di malattia, potrebbe diventare possibile individuare cambiamenti nei circuiti neurali molto prima che compaiano i sintomi.</p>
<p>Come ha sottolineato Zhao: «Se riusciamo a trovare esattamente qual è l&#8217;anello debole che innesca tutta la cascata catastrofica nella malattia di Alzheimer, possiamo pensare di rafforzare specificamente quelle connessioni, rallentando o addirittura fermando la progressione della malattia?»</p>
<p>Il laboratorio sta già lavorando per migliorare ulteriormente la tecnologia, con l&#8217;obiettivo ambizioso di arrivare a mappare l&#8217;intero cervello di topo. Se quel traguardo venisse raggiunto, la <strong>mappatura cerebrale</strong> basata su codici a barre RNA potrebbe davvero rappresentare un punto di svolta nella comprensione del cervello umano e nella lotta contro le malattie che lo colpiscono.</p>
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		<title>Alzheimer, scoperto l&#8217;interruttore della morte nel cervello: si può spegnere</title>
		<link>https://tecnoapple.it/alzheimer-scoperto-linterruttore-della-morte-nel-cervello-si-puo-spegnere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 10:24:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[demenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scoperto un "interruttore della morte" nel cervello legato all'Alzheimer Una scoperta che potrebbe cambiare radicalmente la comprensione della malattia di Alzheimer arriva da un gruppo di ricercatori dell'Università di Heidelberg. Gli scienziati hanno individuato quello che hanno definito un vero e...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Scoperto un &#8220;interruttore della morte&#8221; nel cervello legato all&#8217;Alzheimer</h2>
<p>Una scoperta che potrebbe cambiare radicalmente la comprensione della <strong>malattia di Alzheimer</strong> arriva da un gruppo di ricercatori dell&#8217;Università di Heidelberg. Gli scienziati hanno individuato quello che hanno definito un vero e proprio <strong>&#8220;interruttore della morte&#8221;</strong> nascosto nel cervello, un meccanismo molecolare che innesca la distruzione delle cellule nervose e alimenta il declino cognitivo. E la parte più interessante è che, almeno nei topi, sono riusciti a spegnerlo.</p>
<p>Il team guidato dal neurobiologo Hilmar Bading, in collaborazione con colleghi della Shandong University in Cina, ha scoperto che il problema nasce dall&#8217;interazione tossica tra due <strong>proteine</strong> ben note: il recettore NMDA e il canale ionico <strong>TRPM4</strong>. Quando queste due componenti si legano al di fuori delle sinapsi, formano quello che i ricercatori hanno chiamato un &#8220;complesso della morte&#8221;. In pratica, invece di supportare la comunicazione tra neuroni, questa coppia avvia un processo distruttivo che uccide le cellule cerebrali e peggiora progressivamente la malattia di Alzheimer.</p>
<p>Nei modelli murini della patologia, i livelli di questo complesso tossico risultavano molto più elevati rispetto ai topi sani. Un dato che ha subito attirato l&#8217;attenzione del gruppo di ricerca.</p>
<h2>Un composto sperimentale spezza il legame tossico</h2>
<p>Per contrastare questo meccanismo, gli scienziati hanno utilizzato un composto chiamato <strong>FP802</strong>, sviluppato dallo stesso laboratorio di Bading. Questa molecola agisce legandosi all&#8217;interfaccia dove le due proteine si connettono, impedendo fisicamente la loro interazione e smontando il complesso tossico.</p>
<p>I risultati nei topi trattati con FP802 sono stati davvero notevoli. La <strong>progressione della malattia</strong> è rallentata in modo significativo. La perdita di sinapsi si è ridotta, i danni ai mitocondri erano molto meno gravi e, cosa fondamentale, le capacità di apprendimento e <strong>memoria</strong> sono rimaste sostanzialmente intatte. Oltre a tutto questo, i ricercatori hanno osservato anche una diminuzione importante dell&#8217;accumulo di <strong>beta amiloide</strong> nel cervello, che rappresenta uno dei segni distintivi dell&#8217;Alzheimer.</p>
<p>Quello che rende questo approccio particolarmente originale è la strategia stessa. Invece di puntare a rimuovere la proteina amiloide dal cervello, come fanno molte terapie attuali, qui si agisce a valle, bloccando il meccanismo cellulare che provoca la morte dei neuroni e che, in un circolo vizioso, promuove a sua volta la formazione di depositi amiloidi.</p>
<h2>Strada ancora lunga, ma le premesse sono solide</h2>
<p>Bading stesso ha tenuto a precisare che la strada verso un&#8217;applicazione clinica nell&#8217;essere umano resta lunga. Servono studi farmacologici approfonditi, test tossicologici e sperimentazioni cliniche prima di poter anche solo immaginare un utilizzo terapeutico. Però i risultati preclinici sono promettenti, e il lavoro prosegue in collaborazione con FundaMental Pharma per perfezionare il composto.</p>
<p>Un elemento che aggiunge ulteriore interesse: ricerche precedenti dello stesso gruppo avevano già mostrato che FP802 ha effetti neuroprotettivi anche in modelli di <strong>sclerosi laterale amiotrofica</strong>, un&#8217;altra malattia neurodegenerativa che coinvolge la stessa interazione proteica. Questo suggerisce che la strategia potrebbe avere un&#8217;applicabilità molto più ampia di quanto si pensi inizialmente.</p>
<p>Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Molecular Psychiatry e ha ricevuto finanziamenti dalla Fondazione tedesca per la ricerca, dal Consiglio europeo della ricerca e dalla Fondazione nazionale cinese per le scienze naturali. Per chi segue da anni il panorama della ricerca sull&#8217;Alzheimer, questa scoperta rappresenta un cambio di prospettiva non da poco. Non è la cura definitiva, nessuno si azzarda a dirlo. Ma è un pezzo del puzzle che potrebbe fare davvero la differenza.</p>
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