Teletrasporto quantistico: un fotone viaggia per 270 metri e avvicina la rete internet del futuro
Il teletrasporto quantistico non è più solo roba da film di fantascienza. Un team internazionale di ricercatori, con un ruolo centrale dell’Università di Paderborn, è riuscito per la prima volta a trasferire lo stato di polarizzazione di un fotone da un quantum dot a un altro, fisicamente separato, attraverso un collegamento ottico in aria aperta lungo 270 metri. Tradotto in parole semplici: le proprietà di un fotone sono state “copiate” su un altro fotone distante, senza che nessun segnale fisico abbia percorso quella distanza nel modo tradizionale. I risultati, pubblicati sulla rivista Nature Communications, rappresentano un passo concreto verso la costruzione di una rete internet quantistica sicura e funzionale.
La cosa notevole è che questa impresa arriva dopo circa dieci anni di lavoro congiunto tra il gruppo del professor Klaus Jöns a Paderborn e quello del professor Rinaldo Trotta alla Sapienza di Roma. Non si tratta di un colpo di fortuna, ma del frutto di una strategia a lungo termine che ha combinato scienza dei materiali, nanofabbricazione e tecnologia ottica quantistica. In passato, esperimenti simili avevano sempre utilizzato fotoni provenienti dalla stessa sorgente. Qui, per la prima volta, si è riusciti a far funzionare il teletrasporto quantistico tra due emettitori indipendenti: un dettaglio che cambia tutto, perché è esattamente quello che serve per costruire dei “ripetitori quantistici” tra nodi diversi di una futura rete.
Come funziona e perché conta davvero
L’esperimento si è svolto presso la Sapienza di Roma, collegando due edifici separati con un link ottico di 270 metri all’aperto. Il sistema ha sfruttato sincronizzazione assistita da GPS, rilevatori di singoli fotoni ultrarapidi e metodi di stabilizzazione per contrastare la turbolenza atmosferica. La fedeltà dello stato teletrasportato ha raggiunto l’82%, superando il limite classico di oltre 10 deviazioni standard. Numeri che, per chi lavora nel settore, significano che il processo funziona in modo affidabile e non per caso.
Ma perché tutto questo è così importante? La risposta sta nell’entanglement, quel fenomeno per cui due particelle quantistiche restano legate tra loro indipendentemente dalla distanza. Sfruttare l’entanglement tra fotoni generati da sorgenti diverse apre la strada alla comunicazione quantistica su larga scala, con livelli di sicurezza impossibili da ottenere con le tecnologie attuali. È la base su cui poggia l’idea stessa di un internet quantistico.
Il prossimo obiettivo e il contributo europeo
Il traguardo raggiunto non è un punto di arrivo. Il prossimo passo sarà dimostrare il cosiddetto “entanglement swapping” tra due quantum dot, creando così il primo vero ripetitore quantistico basato su sorgenti deterministiche di coppie di fotoni entangled. Le sorgenti deterministiche sono capaci di produrre singoli fotoni praticamente su richiesta, una sfida tecnica enorme che i ricercatori stanno affrontando da anni.
Vale la pena sottolineare che questo risultato è stato possibile grazie a una collaborazione europea ampia: i quantum dot sono stati ingegnerizzati alla Johannes Kepler University di Linz, la nanofabbricazione dei risonatori è avvenuta all’Università di Würzburg, e gli esperimenti di teletrasporto si sono svolti a Roma. Quasi in contemporanea, un altro gruppo tra Stoccarda e Saarbrücken ha ottenuto risultati simili usando la conversione di frequenza, segno che la ricerca quantistica europea sta accelerando in modo significativo. La rete internet quantistica, insomma, non è più un concetto astratto. Sta prendendo forma, un fotone alla volta.


