Il vipera dell’Himalaya nascondeva un segreto lungo 160 anni: non era una sola specie, ma cinque
Quella che tutti chiamavano vipera dell’Himalaya ci ha ingannato per oltre un secolo e mezzo. Un team internazionale di scienziati ha scoperto che questo serpente velenoso, descritto per la prima volta nel 1864, non è affatto una singola specie. Sono cinque. E tre di queste erano completamente sconosciute alla scienza fino ad oggi. La ricerca, pubblicata sulla rivista ad accesso aperto ZooKeys, ribalta tutto quello che si credeva di sapere su uno dei rettili più enigmatici delle catene montuose asiatiche.
Il gruppo di ricerca ha messo insieme analisi genetiche moderne, studi sullo scheletro, caratteristiche fisiche e osservazioni ecologiche per riesaminare da zero questi serpenti. Il risultato? Cinque linee evolutive profondamente distinte. Oltre alla vipera dell’Himalaya in senso stretto e alla Gloydius chambensis descritta nel 2022, sono emerse tre nuove specie distribuite tra diverse regioni del Pakistan e del Nepal. Non solo il DNA era diverso: anche le ossa e i tratti fisici raccontavano storie evolutive separate.
Daniel Jablonski, dell’Università Comenius di Bratislava, ha spiegato che combinando campionamenti sul campo con dati provenienti da esemplari storici conservati nei musei, il team è riuscito a portare alla luce linee evolutive rimaste nascoste per più di cento anni dalla descrizione originale della vipera dell’Himalaya.
Quando i musei risolvono misteri zoologici
Una delle parti più affascinanti di questa ricerca riguarda il DNA estratto da esemplari museali raccolti tra l’Ottocento e i primi del Novecento. Tra questi c’era proprio il campione tipo originale della vipera dell’Himalaya, fondamentale per confermare la vera identità scientifica del serpente. Insomma, le prove erano lì da decenni, solo che nessuno aveva gli strumenti per leggerle.
Sylvia Hofmann, del Museum Koenig e dell’Istituto Leibniz per l’Analisi del Cambiamento della Biodiversità, ha sottolineato un punto che vale la pena ripetere: gli esemplari museali non sono semplici testimonianze del passato. Sono strumenti di ricerca attivi, infrastrutture essenziali per la scienza futura. Man mano che i metodi analitici migliorano, il valore scientifico di queste collezioni non può che crescere, rivelando biodiversità di cui non si sospettava nemmeno l’esistenza.
Perché queste scoperte contano davvero
La vipera dell’Himalaya e i suoi parenti appena scoperti non sono solo curiosità zoologiche. I serpenti, insieme ad altri rettili e anfibi, svolgono ruoli cruciali negli ecosistemi: sono indicatori ecologici, predatori all’interno delle catene alimentari e controllori naturali delle popolazioni di parassiti. Eppure, storicamente, le vipere fossette adattate alla vita nelle montagne più impervie dell’Himalaya sono state studiate pochissimo.
Frank Tillack, del Museum für Naturkunde di Berlino, ha evidenziato come questa ricerca punti a colmare enormi lacune nella conoscenza e a gettare le basi per studi più approfonditi su un gruppo di serpenti rilevante sia dal punto di vista ecologico che medico. Tillack collabora con colleghi in Nepal da 35 anni sulla biodiversità dei rettili himalayani.
C’è poi la questione della conservazione. Ognuna delle specie appena riconosciute sembra occupare un areale piuttosto ristretto in ambienti montani fragili. Senza sapere quante specie esistono realmente, è impossibile valutare con precisione le minacce o elaborare piani di protezione efficaci. Rafaqat Masroor, del Pakistan Museum of Natural History, ha ricordato quanto le montagne pakistane siano ancora piene di sorprese biologiche, e quanto poco si conosca di una regione segnata da decenni di instabilità sociopolitica.
Questa scoperta sulla vipera dell’Himalaya è un promemoria potente: anche nel 2026, le vette più remote del pianeta continuano a custodire segreti che la scienza sta solo iniziando a svelare.


