Insetti e aracnidi del Nord America: il 90% non ha alcuna protezione ufficiale

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La conservazione di insetti e aracnidi in Nord America: un vuoto di dati preoccupante

Quasi il 90% delle specie di insetti e aracnidi del Nord America non ha alcuno stato di conservazione ufficiale. Questo dato, emerso da uno studio pubblicato sulla rivista PNAS nel marzo 2026, racconta una storia che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore la salute degli ecosistemi. Due ecologi della University of Massachusetts Amherst, Laura Figueroa e il suo studente Wes Walsh, hanno analizzato le valutazioni di conservazione per le 99.312 specie conosciute di insetti e aracnidi che vivono in Nord America, a nord del Messico. Il risultato? Una voragine enorme nella conoscenza scientifica. Non si sa praticamente nulla sulle condizioni di sopravvivenza della stragrande maggioranza di queste creature. E il problema è che senza dati non si proteggono, senza protezione si perdono, e senza di loro gli ecosistemi crollano come un castello di carte.

Il punto è semplice, anche se scomodo: ragni, scorpioni, opilionidi e migliaia di specie di insetti fanno un lavoro immenso per il pianeta. Impollinano, controllano i parassiti, aiutano a monitorare la qualità di aria e acqua. Eppure, come nota Figueroa, l’attenzione pubblica e le risorse per la conservazione si concentrano quasi sempre sui grandi animali carismatici. Leoni, panda, balene. Tutto comprensibile, per carità. Ma nel frattempo, la maggior parte degli stati americani non protegge nemmeno una singola specie di aracnide. Neanche una.

Dove si proteggono e dove no: il peso dell’economia

Lo studio rivela anche un dato politicamente interessante. Gli stati più legati a industrie estrattive come petrolio, gas e attività minerarie tendono a offrire meno protezioni agli insetti e agli aracnidi. Al contrario, negli stati dove l’opinione pubblica è più sensibile alle questioni ambientali, il numero di specie tutelate risulta significativamente più alto. C’è insomma una correlazione abbastanza chiara tra interessi economici e livello di attenzione verso la biodiversità invertebrata.

Le poche informazioni disponibili, poi, sono distribuite in modo disomogeneo. Gran parte della ricerca si concentra sugli insetti acquatici utili per il monitoraggio della qualità dell’acqua, come effimere, plecotteri e tricotteri. Mentre gruppi più “fotogenici” come farfalle e libellule ricevono una quota sproporzionata di attenzione in termini di conservazione. Le specie meno appariscenti, quelle che non finiscono sulle copertine delle riviste, restano invisibili.

Cosa può insegnare la conservazione degli uccelli

Un parallelo utile arriva dal mondo degli uccelli. I programmi di conservazione degli uccelli hanno ottenuto risultati molto più solidi, e la ragione è semplice: coalizioni ampie e diversificate. Cacciatori, birdwatcher, organizzazioni no profit e tanti altri gruppi di interesse hanno collaborato verso un obiettivo comune. Figueroa suggerisce che lo stesso approccio potrebbe funzionare anche per insetti e aracnidi, ma servono prima di tutto più dati. E un cambio di mentalità.

Walsh, che porta tatuato sul braccio un ragno erbicolo della Pennsylvania, lo dice senza mezzi termini: gli insetti e gli aracnidi non possono restare semplici oggetti di paura o disgusto. La loro importanza ecologica è troppo grande per essere ignorata. Raccogliere più dati, finanziare più ricerca e considerare queste specie degne di protezione non è un lusso accademico. È una necessità concreta per la salute del pianeta. E forse anche per la nostra.

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