Malaria, scoperti micro motori a razzo dentro il parassita

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Il parassita della malaria nasconde micro motori a razzo: la scoperta che potrebbe cambiare tutto

Dentro ogni cellula del parassita della malaria si nasconde qualcosa che nessuno riusciva a spiegare. Piccoli cristalli di ferro che ruotano senza sosta, rimbalzano, si scontrano tra loro come impazziti. E quando il parassita muore, tutto si ferma di colpo. Per decenni, questo comportamento è rimasto un mistero. Ora un gruppo di ricercatori della University of Utah Health ha finalmente capito cosa alimenta quel movimento frenetico: una reazione chimica praticamente identica a quella usata per lanciare i razzi nello spazio.

La scoperta, pubblicata sulla rivista PNAS, riguarda il Plasmodium falciparum, il più letale tra i parassiti responsabili della malaria. All’interno di ogni sua cellula c’è un minuscolo compartimento pieno di cristalli microscopici composti da eme, un composto contenente ferro. Questi cristalli non stanno mai fermi. Si muovono così velocemente che gli strumenti scientifici tradizionali faticavano persino a tracciarli. Come ha spiegato Paul Sigala, professore associato di biochimica, nessuno ne parlava proprio perché nessuno capiva cosa stesse succedendo. Un vero e proprio punto cieco della parassitologia.

Una chimica da razzi spaziali in un organismo microscopico

Il team di Sigala ha scoperto che il motore di tutto è la decomposizione del perossido di idrogeno, più comunemente noto come acqua ossigenata. Questa sostanza si scompone in acqua e ossigeno, rilasciando energia sufficiente a tenere i cristalli in movimento costante. È lo stesso principio sfruttato nell’ingegneria aerospaziale per alimentare i propulsori dei razzi, ma fino a oggi non era mai stato osservato all’interno di un sistema biologico.

La cosa affascinante è che il parassita della malaria produce naturalmente perossido di idrogeno come sottoprodotto del suo metabolismo. Gli esperimenti hanno confermato che basta questa sostanza, da sola, per far ruotare i cristalli anche al di fuori del parassita. Quando invece i parassiti venivano coltivati in condizioni di basso ossigeno, riducendo la produzione di perossido, la velocità dei cristalli calava circa della metà. Eppure i parassiti restavano vivi e apparentemente sani.

Perché questa scoperta potrebbe portare a nuovi farmaci

Secondo i ricercatori, tutto questo movimento non è casuale. Potrebbe avere una funzione di sopravvivenza fondamentale. Il perossido di idrogeno è tossico: scomporlo rapidamente protegge il parassita dai danni chimici. Inoltre, il movimento continuo impedisce ai cristalli di aggregarsi tra loro, mantenendo così la superficie disponibile per processare altro eme in modo efficiente. Un meccanismo elegante, se ci si pensa.

Ma la parte davvero interessante riguarda le possibili applicazioni. Questi cristalli rappresentano il primo esempio conosciuto di nanoparticella metallica autopropulsa in biologia. Questo apre prospettive sia nel campo della robotica microscopica, dove sistemi simili potrebbero essere usati per la somministrazione mirata di farmaci, sia nello sviluppo di nuovi trattamenti antimalarici.

Il ragionamento è piuttosto diretto: se si riesce a bloccare la reazione chimica sulla superficie dei cristalli, il parassita della malaria potrebbe non sopravvivere. E siccome questo meccanismo è completamente diverso da qualsiasi cosa presente nelle cellule umane, un farmaco progettato per colpirlo avrebbe probabilità molto basse di causare effetti collaterali gravi. Come ha sottolineato Erica Hastings, ricercatrice post dottorato nel team, definire con precisione in cosa il parassita differisce dal corpo umano significa aprire strade terapeutiche del tutto nuove.

La ricerca è stata finanziata dai National Institutes of Health e da altri centri universitari, e segna un passo che potrebbe ridisegnare sia la lotta alla malaria sia il futuro delle nanotecnologie biologiche.

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