Sostituti del sale e pressione alta: un’opportunità che quasi nessuno sfrutta
I sostituti del sale rappresentano una delle strategie più semplici ed economiche per abbassare la pressione sanguigna, eppure quasi nessuno li utilizza. Nemmeno chi ne avrebbe più bisogno. A dirlo è un’ampia analisi nazionale presentata durante le sessioni scientifiche sull’ipertensione dell’American Heart Association, basata su dati raccolti lungo quasi due decenni negli Stati Uniti. I numeri parlano chiaro: meno del 6% degli adulti americani usa sostituti del sale, e la percentuale non è migliorata nel tempo. Un dato che fa riflettere, soprattutto se si considera che l’ipertensione colpiva, nel periodo fra il 2017 e il 2020, circa 122 milioni di adulti solo negli USA, contribuendo a oltre 130.000 decessi l’anno. Il meccanismo è piuttosto intuitivo: i sostituti del sale funzionano sostituendo parte del sodio presente nel sale da cucina tradizionale con il potassio. Il sapore resta simile, anche se con il calore può emergere una nota leggermente amara. Nulla di insormontabile, insomma, rispetto ai benefici potenziali.
Perché quasi nessuno li usa (e perché è un problema serio)
La ricerca, la prima a tracciare un quadro a lungo termine sull’uso dei sostituti del sale nella popolazione americana, ha analizzato i dati del National Health and Nutrition Examination Survey raccolti fra il 2003 e il 2020. I risultati sono poco incoraggianti. Il picco di utilizzo si è registrato nel biennio 2013/2014, con un 5,4%, per poi crollare al 2,5% entro il marzo 2020, quando la raccolta dati si è interrotta a causa della pandemia. Anche fra le persone considerate candidate ideali per i sostituti del sale, con funzionalità renale nella norma e nessun farmaco che interferisca con i livelli di potassio, la percentuale oscilla fra il 2,3% e il 5,1%. Fra chi soffre di pressione alta non trattata, si scende addirittura sotto il 5,6%. Come ha sottolineato la ricercatrice principale, Yinying Wei, dottoranda presso l’UT Southwestern Medical Center di Dallas, «i professionisti della salute possono sensibilizzare i pazienti sull’uso sicuro dei sostituti del sale, specialmente quelli con pressione alta difficile da gestire». C’è però un aspetto importante da non trascurare: chi soffre di malattie renali o assume determinati farmaci dovrebbe consultare il proprio medico prima di passare ai sostituti del sale, perché un eccesso di potassio può provocare aritmie cardiache anche gravi.
Un cambio di abitudine che potrebbe fare la differenza
L’American Heart Association raccomanda di non superare i 2.300 mg di sodio al giorno, con un obiettivo ideale sotto i 1.500 mg per chi soffre di ipertensione. Ridurre l’assunzione anche solo di 1.000 mg può portare miglioramenti significativi. Il punto è che gran parte del sodio nella dieta arriva da cibi confezionati, piatti pronti e pasti consumati al ristorante, il che rende ancora più rilevante l’adozione dei sostituti del sale almeno nella cucina domestica. Amit Khera, cardiologo e volontario esperto dell’American Heart Association, ha definito la situazione «un’opportunità mancata lampante». Il fatto che l’uso dei sostituti del sale non sia cresciuto in vent’anni è qualcosa che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme, tanto per i pazienti quanto per i medici. Lo studio ha i suoi limiti, va detto. L’uso dei sostituti del sale era autodichiarato, quindi potrebbe essere stato sottostimato. Non si distingueva fra prodotti a base di potassio e altre alternative. E non si misurava la quantità effettivamente consumata. Servono altre ricerche per capire quali barriere frenano l’adozione: gusto, costi, scarsa consapevolezza. Ma il messaggio di fondo è già abbastanza forte. Esiste uno strumento semplice, accessibile, supportato dai dati. E quasi nessuno lo sta usando.


