Il mito degli uccelli acquatici delle Hawaii sfatato dopo 50 anni
Per decenni si è creduto che gli indigeni hawaiani avessero cacciato fino all’estinzione gli uccelli acquatici nativi delle Hawaii. Una convinzione radicata, tramandata come fatto scientifico, insegnata nelle università e mai davvero messa in discussione. Ora, uno studio dell’Università delle Hawaii a Mānoa, pubblicato sulla rivista Ecosphere nell’aprile 2026, smonta completamente questa narrazione. E lo fa con un’affermazione netta: non esiste alcuna prova scientifica a sostegno dell’idea che i nativi hawaiani abbiano sterminato queste specie.
Il gruppo di ricerca, guidato da Kristen Harmon e con la collaborazione di Kawika Winter e Melissa Price, ha riesaminato i dati esistenti partendo da un presupposto diverso. Invece di dare per scontato che la presenza umana sia automaticamente sinonimo di distruzione ecologica, gli studiosi hanno cercato di capire cosa fosse realmente accaduto. E il quadro che ne emerge è molto più articolato. Il declino degli uccelli acquatici delle Hawaii sarebbe legato a una combinazione di fattori: cambiamento climatico, arrivo di specie invasive e trasformazioni nell’uso del suolo. Alcuni di questi fenomeni risalgono addirittura a prima dell’arrivo dei polinesiani, altri si sono intensificati solo dopo che i sistemi tradizionali di gestione del territorio sono stati smantellati.
Un dettaglio particolarmente interessante: secondo lo studio, diverse specie oggi considerate a rischio avrebbero raggiunto il loro picco di popolazione proprio poco prima del contatto europeo. Cioè esattamente nel periodo in cui la gestione delle zone umide era al centro della società dei Kānaka ʻŌiwi, i nativi hawaiani. Questo ribalta completamente la prospettiva.
Gestione indigena e futuro della conservazione
Le implicazioni pratiche di questa ricerca sono enormi. Se la gestione tradizionale indigena non solo non ha causato estinzioni, ma ha favorito la prosperità delle specie, allora le strategie di conservazione attuali potrebbero trarre enorme beneficio dal recupero di quei sistemi. Melissa Price, che dirige il Wildlife Ecology Lab, lo dice chiaramente: il ripristino dei loʻi, gli ecosistemi agricoli umidi tradizionali, è fondamentale per riportare in abbondanza specie come l’ʻalae ʻula e l’ʻaeʻo, oggi fortemente a rischio.
Lo studio potrebbe anche sanare una frattura che esiste da tempo tra le comunità native hawaiane e i gruppi ambientalisti. Per generazioni, i nativi sono stati accusati di aver causato l’estinzione dei loro stessi uccelli. Questo ha generato sfiducia, esclusione dalle decisioni importanti e un senso di ingiustizia profondo. Ulalia Woodside Lee, direttrice per le Hawaii di The Nature Conservancy, pur non avendo partecipato alla ricerca, ha commentato che superare queste falsità è il primo passo per costruire un futuro in cui lavorare insieme, tutti, per la rinascita delle specie native.
Kawika Winter ha aggiunto una riflessione che vale ben oltre i confini delle Hawaii: troppa scienza è ancora condizionata dall’idea che gli esseri umani siano inevitabilmente agenti di distruzione ecologica. Questa visione porta automaticamente a dare la colpa ai primi abitanti di un luogo, anche quando le prove non ci sono. Il caso degli uccelli acquatici delle Hawaii ne è l’esempio perfetto. Un mito durato mezzo secolo, spacciato per verità scientifica, che ora finalmente trova la sua correzione.


