Metano dagli oceani: la scoperta che preoccupa gli scienziati

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Metano dagli oceani: la scoperta che potrebbe cambiare le previsioni sul clima

Una fonte nascosta di metano oceanico potrebbe accelerare il riscaldamento globale molto più di quanto si pensasse fino a oggi. La scoperta arriva da un gruppo di ricercatori della University of Rochester, che ha pubblicato i risultati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences nell’aprile 2026. E la cosa inquietante è che si tratta di un meccanismo che, con l’aumento delle temperature, rischia di diventare sempre più attivo.

Per anni la comunità scientifica si è interrogata su un paradosso piuttosto evidente. Le acque superficiali degli oceani, ricche di ossigeno, rilasciano metano nell’atmosfera. Eppure il metano viene tipicamente prodotto in ambienti privi di ossigeno, come le zone umide o i sedimenti delle profondità marine. Qualcosa non tornava. Il team guidato da Thomas Weber, insieme ai ricercatori Shengyu Wang e Hairong Xu, ha analizzato enormi set di dati globali e utilizzato modelli computazionali per venire a capo della questione. La risposta sta in un processo microbico legato alla scarsità di fosfato, un nutriente essenziale. Quando i livelli di fosfato nelle acque superficiali calano, determinati batteri iniziano a produrre metano mentre decompongono la materia organica. In pratica, meno fosfato c’è, più metano viene generato. Weber lo ha definito il “principale regolatore” delle emissioni di metano in mare aperto.

Oceani più caldi, più metano: il circolo vizioso che preoccupa gli scienziati

Ecco dove la faccenda si complica davvero. Il cambiamento climatico sta riscaldando gli oceani dalla superficie verso il basso. Questo fenomeno aumenta la differenza di densità tra le acque superficiali e quelle profonde, rallentando il rimescolamento verticale che normalmente trasporta nutrienti come il fosfato dagli strati profondi verso la superficie. Con meno rimescolamento, le acque superficiali diventano sempre più povere di fosfato. E indovinate cosa succede: si creano le condizioni ideali per quei microbi che producono metano.

Il risultato è quello che gli scienziati chiamano un feedback loop, un circolo vizioso. Gli oceani si scaldano, il fosfato diminuisce in superficie, i microbi producono più metano, il metano finisce nell’atmosfera e contribuisce a scaldare ulteriormente il pianeta. Che poi il metano, vale la pena ricordarlo, è un gas serra estremamente potente, molto più efficace della CO2 nel trattenere il calore nell’atmosfera nel breve periodo.

Un tassello mancante nei modelli climatici attuali

La parte forse più rilevante di questa ricerca riguarda ciò che ancora manca nei modelli climatici utilizzati per fare previsioni. Questo tipo di retroazione tra oceani e atmosfera, infatti, non è ancora contemplato nella maggior parte delle simulazioni principali. Come ha spiegato Weber stesso, il loro lavoro punta a colmare una lacuna significativa nelle previsioni sul clima, che spesso trascurano le interazioni tra l’ambiente in trasformazione e le fonti naturali di gas serra.

Capire quanto metano oceanico verrà rilasciato nei prossimi decenni potrebbe fare una differenza enorme nella capacità di prevedere la velocità e la gravità del riscaldamento globale. Non si tratta di un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. È un pezzo del puzzle climatico che, se ignorato, rischia di rendere tutte le proiezioni attuali troppo ottimistiche.

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