Il processo Musk contro Altman e il problema reputazionale dell’intelligenza artificiale
L’intelligenza artificiale ha un problema enorme, e non è quello che molti pensano. Non si tratta di tecnologia difettosa o di algoritmi impazziti. Il vero nodo è chi la gestisce, chi la vende e chi pretende di costruirci sopra il futuro. Il processo Musk contro Altman ha messo a nudo qualcosa che in tanti sospettavano già: le persone al vertice di questa industria multimiliardaria non sembrano esattamente le più affidabili per prendere decisioni che riguardano la vita di tutti.
Quasi nessuno dei protagonisti di questa vicenda giudiziaria ispira vera fiducia. Alcune tra le figure più potenti del mondo tech appaiono strutturalmente incapaci di rapportarsi tra loro con onestà. E se questo è vero, la domanda sorge spontanea: perché sono proprio loro a guidare un settore che potrebbe stravolgere l’esistenza di milioni di persone? L’AI funziona benissimo in determinati contesti. Ma i suoi leader stanno cercando di trasformarla in una nuova corsa all’oro, litigandosi le pepite prima ancora che qualcuno abbia trovato il filone. O forse litigano perché inizia a serpeggiare il dubbio che questa roba, in fondo, la gente non la voglia davvero.
Studenti che fischiano, sondaggi impietosi e data center che nessuno vuole
I segnali dal basso non sono incoraggianti per chi lavora nell’intelligenza artificiale. Alla cerimonia di laurea della UCF, una relatrice che ha elogiato l’AI è stata sonoramente fischiata dal pubblico. Stessa sorte per Eric Schmidt, ex CEO di Google, durante un altro discorso di laurea. E poi c’è il dato forse più significativo: secondo un sondaggio Gallup, sette americani su dieci si oppongono alla costruzione di data center per l’AI nelle loro zone, con quasi la metà che si dichiara fortemente contraria. Solo un quarto è favorevole, e appena il 7% lo è con convinzione.
Qualcuno ha suggerito che le aziende AI dovrebbero semplicemente pagare le comunità locali per compensare i disagi. Può sembrare ragionevole, ma la storia insegna prudenza. Basta chiedere agli abitanti del Wisconsin come è andata con l’accordo tra lo Stato e Foxconn: talmente male che alla fine hanno accettato di far piazzare un data center Microsoft nella struttura rimasta vuota, nonostante tutti detestino i data center. È un po’ come non aver mai visto l’episodio della monorotaia dei Simpson.
Contenuti rubati, sondaggi simulati e Apple che forse ha capito qualcosa
C’è poi la questione dei contenuti protetti da copyright utilizzati senza permesso per addestrare i modelli. Quando vengono messi di fronte al problema, i dirigenti del settore rispondono che senza quei dati non si può fare AI. È un po’ come dire: se non ci lasciate usare le vostre risorse gratis, come facciamo a costruire il prodotto del futuro? Ecco, forse non fatelo.
E la situazione diventa ancora più surreale. Gallup ha annunciato di voler esplorare l’uso di risposte simulate dall’AI per le proprie ricerche. Il che significa, in pratica, usare l’intelligenza artificiale per sondare cosa la gente pensa dell’intelligenza artificiale. Un cortocircuito perfetto, soprattutto considerando che Anthropic ha ammesso che un suo modello è capace di “azioni estreme” se percepisce una minaccia alla propria autoconservazione. Non è esattamente rassicurante.
E poi c’è Apple. Per oltre un anno è stata criticata per non aver mantenuto le promesse sull’AI, e le critiche non sono del tutto infondate. Però, a guardarla da un’altra angolazione, il fatto di non aver riversato altra intelligenza artificiale nella vita quotidiana delle persone potrebbe essere più un pregio che un difetto. A volte, non fare qualcosa è la scelta più intelligente di tutte.


