ChatGPT e le api hanno una coscienza? La scienza indaga sul serio

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La coscienza delle api e di ChatGPT: una domanda che la scienza prende sul serio

Può sembrare assurdo mettere nella stessa frase un’ape e ChatGPT, eppure la comunità scientifica sta facendo esattamente questo. La domanda sulla coscienza non è più riservata solo agli esseri umani o ai mammiferi più evoluti: oggi riguarda anche gli insetti e le intelligenze artificiali. E no, non si tratta di fantascienza o di titoli acchiappaclick. Due studi recenti, pubblicati su riviste di primo piano, stanno ridefinendo il modo in cui si valuta se qualcosa, che sia biologico o digitale, possa avere una qualche forma di esperienza cosciente.

Il punto di partenza è semplice ma potente: giudicare la coscienza solo dal comportamento osservabile non basta più. Un chatbot può discutere di filosofia con disinvoltura, un’ape può prendere decisioni complesse mentre cerca il nettare. Ma questo significa davvero che “sentono” qualcosa? Fino a pochi anni fa, la risposta sembrava ovvia: se qualcosa riesce a sostenere una conversazione profonda, forse è cosciente. La filosofa Susan Schneider aveva suggerito che un’IA capace di riflettere sulla metafisica della coscienza potesse effettivamente possederla. Con ChatGPT e i modelli linguistici attuali, quella soglia sarebbe già stata superata. Eppure, i ricercatori oggi dicono: fermiamoci un attimo. Guardiamo sotto il cofano.

Non conta cosa fa, ma come lo fa

Un nuovo studio pubblicato su Trends in Cognitive Sciences propone un approccio diverso. Invece di osservare il comportamento esterno dell’IA, gli autori analizzano i meccanismi interni, cioè il modo in cui l’informazione viene elaborata, combinata e utilizzata. Hanno stilato una lista di indicatori strutturali della coscienza: la capacità di risolvere conflitti tra obiettivi diversi in modo contestualmente appropriato, la presenza di feedback informativi interni, e così via. Indicatori che non dipendono da una singola teoria della coscienza ma che risultano trasversali a molte.

Il verdetto, almeno per ora, è netto: nessun sistema di IA esistente, ChatGPT incluso, risulta cosciente secondo questi criteri. L’apparenza di coscienza nei modelli linguistici viene ottenuta con meccanismi troppo diversi da quelli del cervello umano per giustificare l’attribuzione di stati coscienti. Però, ed è un “però” significativo, non esiste alcun ostacolo teorico che impedisca a future architetture computazionali di raggiungere quella soglia. Semplicemente, quelle attuali non ci sono ancora.

Api, granchi e la sfida della coscienza animale

Dall’altro lato dello spettro, i biologi stanno applicando la stessa logica al mondo animale. Un secondo studio, pubblicato su Philosophical Transactions B, propone un modello neurale per una forma minimale di coscienza negli insetti. L’idea è astrarre dai dettagli anatomici per concentrarsi sulle computazioni fondamentali che i cervelli semplici eseguono. Queste computazioni risolvono problemi antichissimi legati all’evoluzione: gestire un corpo mobile, integrare più sensi, bilanciare bisogni in conflitto.

Vale la pena ricordare che già nell’aprile 2024, quaranta scienziati firmarono la Dichiarazione di New York sulla Coscienza Animale, poi sottoscritta da oltre 500 tra ricercatori e filosofi. Quel documento affermava che la coscienza è realisticamente possibile in tutti i vertebrati e in molti invertebrati, compresi cefalopodi, crostacei e insetti.

La convergenza tra neuroscienze e ricerca sull’IA sta portando a una lezione comune e abbastanza controintuitiva: quando si tratta di capire se qualcosa è cosciente, il modo in cui funziona internamente conta molto più di quello che fa vedere all’esterno. Un chatbot può sembrare profondo senza esserlo. Un’ape può sembrare semplice senza esserlo affatto. E forse è proprio questa asimmetria a rendere la questione della coscienza così affascinante e, onestamente, ancora lontana da una risposta definitiva.

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