Il DNA antico condiviso con i Neanderthal potrebbe spiegare le origini del linguaggio umano
Una scoperta affascinante arriva dall’Università dell’Iowa e riguarda il DNA antico che gli esseri umani moderni condividono con i Neanderthal. Secondo uno studio pubblicato su Science Advances nel giugno 2026, una porzione minuscola del genoma, meno dello 0,1%, avrebbe avuto un ruolo sproporzionatamente grande nello sviluppo della capacità di linguaggio umano. E la cosa più sorprendente è che queste sequenze genetiche sarebbero molto più antiche di quanto chiunque avesse immaginato.
Il gruppo di ricerca, guidato da Jacob Michaelson, professore di Psichiatria e Neuroscienze alla Carver College of Medicine, ha identificato delle regioni regolatorie del DNA chiamate HAQERs (Human Ancestor Quickly Evolved Regions). Non si tratta di geni veri e propri, ma di una sorta di “manopole del volume” che regolano l’espressione dei geni coinvolti nello sviluppo cerebrale. Queste regioni, pur essendo una scheggia infinitesimale del genoma, generano un impatto sulla capacità linguistica circa 200 volte superiore rispetto a qualsiasi altra porzione del DNA. Un dato che lascia senza parole, francamente.
La ricerca affonda le radici in un lavoro iniziato negli anni Novanta, quando Bruce Tomblin, oggi professore emerito, studiò le competenze linguistiche di 350 studenti nello Iowa, raccogliendo campioni di saliva e conservando il DNA per analisi future. Anni dopo, il laboratorio di Michaelson ha completato il sequenziamento genetico, rendendo finalmente possibile collegare le differenze nel DNA alle variazioni nella capacità di linguaggio.
Neanderthal e le basi biologiche della comunicazione
Ecco dove la faccenda diventa davvero interessante. L’analisi ha rivelato che queste “manopole genetiche” erano già presenti nei Neanderthal, e in alcuni casi risultavano persino leggermente più pronunciate rispetto agli esseri umani moderni. Questo significa che le basi biologiche del linguaggio potrebbero essersi evolute molto prima della comparsa dell’Homo sapiens, in un antenato comune condiviso con i Neanderthal.
Michaelson lo spiega con una metafora efficace: le HAQERs costruiscono l'”hardware” del cervello, mentre il linguaggio funziona come il “software”. E se le HAQERs sono le manopole del volume, il gene FOXP2, già noto da oltre vent’anni per il suo legame con i disturbi del linguaggio, è una delle mani che gira quelle manopole. Per misurare con precisione l’influenza di queste regioni, il team ha sviluppato uno strumento chiamato punteggio poligenico stratificato evolutivamente, capace di separare gli effetti genetici in base al momento in cui sono comparsi durante l’evoluzione, tracciando influenze lungo circa 65 milioni di anni di storia.
Le evidenze archeologiche già mostravano che i Neanderthal possedevano cultura, organizzazione sociale e comportamenti complessi. Combinando questi dati con le nuove scoperte genetiche, l’ipotesi che qualche forma di comunicazione sofisticata esistesse ben prima dell’uomo moderno diventa molto più solida.
Perché l’evoluzione si è fermata e cosa succede adesso
Se le HAQERs sono così importanti per il linguaggio, perché hanno smesso di evolversi? La risposta, secondo i ricercatori, sta in un meccanismo noto come selezione bilanciante. Queste regioni genetiche favoriscono lo sviluppo del cervello fetale, ma aumentano anche le dimensioni del cranio. Prima della medicina moderna, un cranio troppo grande rendeva il parto estremamente pericoloso sia per la madre che per il neonato. In pratica, l’evoluzione ha raggiunto un tetto: migliorare ulteriormente l’hardware biologico del linguaggio avrebbe comportato un costo troppo alto in termini di sopravvivenza.
Mentre le HAQERs si sono stabilizzate, altri segnali genetici legati all’intelligenza hanno continuato a evolversi, perché non influenzavano direttamente le dimensioni del cervello fetale. Un compromesso evolutivo elegante e, a pensarci bene, quasi poetico.
Il team ora punta a proseguire la ricerca con gli stessi partecipanti dello studio originale di Tomblin, molti dei quali oggi hanno figli propri. Questo apre la possibilità di distinguere quanto della capacità linguistica dipenda dalla genetica e quanto dall’ambiente in cui si cresce. Capire questa distinzione potrebbe avere implicazioni cliniche significative, soprattutto per i bambini con difficoltà di linguaggio. Un nuovo capitolo della scienza del DNA antico e del linguaggio umano sta per aprirsi, e le premesse sono tutt’altro che banali.


