T. rex, 40 anni per crescere: la scoperta che riscrive tutto

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Il T. rex impiegava 40 anni per raggiungere la taglia adulta: una scoperta che riscrive tutto

Crescere fino a otto tonnellate non era affatto una questione di fretta per il Tyrannosaurus rex. Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista PeerJ nel marzo 2026 ribalta le stime precedenti e suggerisce che il più famoso predatore della storia della Terra impiegasse circa 40 anni per raggiungere la taglia massima, quasi il doppio rispetto ai 25 anni ipotizzati finora. E non è tutto: alcuni fossili attribuiti al T. rex potrebbero in realtà non appartenere affatto a questa specie.

Lo studio, guidato da Holly Woodward, professoressa di anatomia alla Oklahoma State University, ha analizzato gli anelli di crescita conservati nelle ossa fossili delle zampe di 17 esemplari di tirannosauro, dai giovani individui fino agli adulti più imponenti. Il principio è simile a quello degli anelli degli alberi: ogni segno corrisponde più o meno a un anno di vita, e permette di ricostruire la velocità di crescita dell’animale. La differenza, però, è che una sezione di osso di T. rex non conserva tutta la vita dell’individuo. Di solito cattura solo gli ultimi 10 o 20 anni. Per colmare queste lacune, il team ha sviluppato un metodo statistico del tutto nuovo, capace di “cucire insieme” i dati provenienti da esemplari diversi e costruire una curva di crescita composita per l’intera specie. Nathan Myhrvold, matematico e paleobiologo di Intellectual Ventures, ha curato la parte analitica spiegando che questa curva composita offre una visione molto più realistica di come il Tyrannosaurus rex cresceva e di quanto variasse in dimensioni da un individuo all’altro.

Non solo crescita lenta: il ruolo ecologico di un predatore che maturava piano

Quello che emerge dallo studio è un animale molto diverso dall’immagine di una macchina da guerra che esplodeva in dimensioni nel giro di pochi anni. Il T. rex cresceva gradualmente, attraversando un periodo di sviluppo prolungato che si estendeva per circa quattro decenni. Secondo Jack Horner, coautore dello studio e ricercatore alla Chapman University, questa fase di crescita così estesa potrebbe aver avuto un significato ecologico preciso. I giovani tirannosauri, ancora lontani dalla taglia adulta, avrebbero potuto occupare nicchie ecologiche differenti rispetto agli esemplari maturi, riducendo la competizione interna e permettendo alla specie di dominare gli ecosistemi della fine del Cretaceo come predatore apicale. Una strategia evolutiva elegante, se vogliamo, anche se nessun T. rex ne era probabilmente consapevole.

C’è poi la questione degli anelli di crescita nascosti. Woodward, Myhrvold e Horner hanno scoperto che utilizzando luce polarizzata circolarmente e incrociata è possibile individuare segni di crescita che i metodi tradizionali semplicemente non riuscivano a vedere. Questo significa che per anni le stime sull’età dei dinosauri potrebbero essere state sottostimate, e che i protocolli usati negli studi sulla crescita avranno probabilmente bisogno di una revisione. Come ha ammesso lo stesso Myhrvold, interpretare segni di crescita molto ravvicinati è complicato, e le evidenze statistiche raccolte suggeriscono che qualcosa nelle procedure classiche non funzionava come si credeva.

Alcuni fossili celebri potrebbero non essere T. rex

Forse l’aspetto più intrigante della ricerca riguarda l’identità stessa di certi esemplari. Lo studio ha esaminato i 17 fossili all’interno di quello che i ricercatori definiscono il “complesso di specie del Tyrannosaurus rex“, un termine che lascia deliberatamente aperta la possibilità che tra questi resti si nascondano specie diverse o sottospecie ancora da classificare con certezza.

Due fossili piuttosto noti, soprannominati “Jane” e “Petey”, hanno mostrato pattern di crescita significativamente diversi rispetto agli altri esemplari del campione. Questo da solo non basta a dimostrare che appartengano a specie separate, ma la discrepanza è abbastanza marcata da sollevare domande serie. Un’analisi indipendente condotta da Zanno e Napoli, usando tecniche differenti, è arrivata a conclusioni simili, identificando Jane e Petey come appartenenti a due specie distinte del genere Nanotyrannus, quel piccolo tirannosauro che da anni divide la comunità scientifica tra chi lo considera una specie a sé e chi lo ritiene semplicemente un giovane T. rex.

A più di un secolo dalla scoperta del Tyrannosaurus rex, questo animale continua a riservare sorprese. Grazie a un campione fossile più ampio, strumenti analitici innovativi e tecniche di imaging migliorate, la ricerca restituisce un ritratto più completo e sfumato di quello che resta, senza troppi dubbi, il predatore terrestre più iconico mai esistito. Otto tonnellate di potenza costruite con una pazienza geologica.

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