Un antico animale marino potrebbe aver avuto qualcosa di simile a un cervello
Le meduse a pettine, creature gelatinose che nuotano negli oceani da circa 550 milioni di anni, nascondevano un segreto che nessuno sospettava davvero. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Bergen ha scoperto che il loro organo aborale, una struttura sensoriale situata nella parte superiore del corpo, è enormemente più complesso di quanto si pensasse. Tanto complesso da poter funzionare come una sorta di cervello primitivo. E questo cambia parecchio la narrazione su come e quando i sistemi nervosi centralizzati si siano evoluti nella storia della vita sulla Terra.
Lo studio, pubblicato su Science Advances nel marzo 2026, è il risultato di un lavoro certosino. Il team guidato da Pawel Burkhardt, al Michael Sars Centre, ha utilizzato la microscopia elettronica volumetrica per costruire ricostruzioni tridimensionali incredibilmente dettagliate dell’organo aborale. Quello che è emerso ha sorpreso tutti: all’interno della struttura sono stati identificati 17 tipi cellulari diversi, di cui 11 mai descritti prima. Cellule secretorie, cellule ciliate, una varietà che non ci si aspetterebbe da un organismo tanto semplice in apparenza. Anna Ferraioli, prima autrice dello studio e ricercatrice post dottorale al Michael Sars Centre, ha raccontato di essere rimasta colpita quasi subito dalla diversità morfologica che stava osservando. La complessità dell’organo aborale, ha spiegato, è sorprendente se paragonata agli organi apicali di cnidari e bilateri. Qualcosa di davvero unico nel panorama della biologia animale.
Un sistema di comunicazione neurale ibrido
Ma la scoperta non si ferma alla sola varietà cellulare. L’organo aborale risulta strettamente collegato alla rete nervosa delle meduse a pettine. Questi animali possiedono un sistema di neuroni fusi tra loro che forma una struttura continua attraverso tutto il corpo. I ricercatori hanno verificato che questa rete nervosa stabilisce connessioni sinaptiche dirette con le cellule dell’organo aborale, creando un canale di comunicazione bidirezionale. In parallelo, molte cellule all’interno della struttura contengono numerose vescicole, il che suggerisce il rilascio di segnali chimici diffusi tramite un processo chiamato trasmissione volumetrica. In pratica, l’organo sfrutta sia la segnalazione sinaptica sia quella non sinaptica. Un doppio binario che, per un organismo così antico, è notevole.
Ferraioli ha chiarito un punto importante: l’organo aborale non è un cervello come quello degli esseri umani o di altri vertebrati. Però potrebbe essere definito come l’organo che le meduse a pettine utilizzano in qualità di cervello. Una distinzione sottile ma fondamentale. Come ha sottolineato Burkhardt, l’evoluzione sembra aver inventato i sistemi nervosi centralizzati più di una volta, in modo indipendente, lungo linee evolutive diverse.
Dall’architettura neurale al comportamento
A rafforzare queste conclusioni arriva un secondo studio parallelo, condotto da Kei Jokura del National Institute for Basic Biology in Giappone insieme al professor Gaspar Jékely dell’Università di Heidelberg, con la collaborazione dello stesso Burkhardt. In questo lavoro i ricercatori hanno ricostruito l’intera architettura neurale dell’organo che percepisce la gravità nelle meduse a pettine. Combinando imaging ad alta velocità con ricostruzioni tridimensionali di oltre 1.000 cellule, hanno dimostrato come le reti di neuroni fusi coordinino il battito delle ciglia su diverse parti del corpo dell’animale. Questa coordinazione è ciò che permette alle meduse a pettine di mantenere l’orientamento mentre si muovono nell’acqua. Le analogie con i circuiti neurali di altri organismi marini, ha osservato Jokura, fanno pensare che soluzioni comparabili per percepire la gravità possano essersi evolute indipendentemente in gruppi animali molto distanti tra loro.
Quello che emerge da queste ricerche è un quadro affascinante: i primi sistemi nervosi nella storia evolutiva potrebbero essere stati più centralizzati di quanto la comunità scientifica abbia creduto per decenni. Il prossimo passo, secondo Ferraioli, sarà identificare le caratteristiche molecolari dei nuovi tipi cellulari scoperti e capire quanto l’organo aborale influenzi concretamente il comportamento di questi animali. Un programma ambizioso, che potrebbe riscrivere qualche pagina dei libri di biologia evolutiva.


