Un asteroide colossale colpì il Mare del Nord e scatenò uno tsunami di 100 metri
Il cratere Silverpit, nascosto sotto il fondale del Mare del Nord, ha finalmente una storia certa. E che storia. Un asteroide largo circa 160 metri si schiantò sul fondale marino tra 43 e 46 milioni di anni fa, generando uno tsunami alto oltre 100 metri. Per più di vent’anni la comunità scientifica si è divisa sull’origine di questa struttura geologica sepolta a circa 700 metri sotto il fondale, a circa 130 chilometri dalla costa dello Yorkshire. Adesso, grazie a nuove immagini sismiche e alla scoperta di minerali “scioccati” nei campioni di roccia, la questione è stata risolta in modo definitivo. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Communications, è stato guidato dal dottor Uisdean Nicholson della Heriot-Watt University di Edimburgo, con il supporto del Natural Environment Research Council.
Un cratere nascosto e un dibattito lungo due decenni
Il cratere Silverpit fu identificato per la prima volta nel 2002. Largo circa tre chilometri, circondato da un anello di faglie concentriche che si estende per una ventina di chilometri, ha subito attirato l’attenzione dei geologi. La forma circolare, il picco centrale e quelle faglie ad anello ricordavano troppo da vicino i crateri da impatto conosciuti per essere ignorati. Eppure, non tutti erano convinti.
Alcuni scienziati proponevano spiegazioni alternative: movimenti sotterranei di sale che avrebbero deformato gli strati rocciosi, oppure attività vulcanica capace di provocare un collasso del fondale. Nel dicembre 2009, durante una votazione tra geologi, la maggioranza respinse addirittura l’ipotesi dell’impatto di un asteroide. Un verdetto che oggi appare ribaltato in modo clamoroso.
Il team di Nicholson ha analizzato dati sismici di nuova generazione insieme a campioni geologici prelevati da un pozzo petrolifero nella zona del cratere. Nei campioni sono stati trovati cristalli di quarzo e feldspato con segni di “shock”, ovvero una microstruttura interna che si forma esclusivamente sotto pressioni estreme, quelle tipiche di un impatto ad altissima velocità. Trovarli è stata un’impresa notevole, una vera ricerca dell’ago nel pagliaio, come l’ha definita lo stesso Nicholson. Ma quei minerali rappresentano la prova definitiva: nessun altro processo geologico conosciuto può produrre quel tipo di deformazione.
L’impatto e le sue conseguenze devastanti
Secondo le ricostruzioni, l’asteroide colpì il fondale marino con un angolo basso, provenendo da ovest. Nel giro di pochi minuti dall’impatto si sollevò una cortina di roccia e acqua alta un chilometro e mezzo, che poi ricadde nel mare generando uno tsunami con onde superiori ai 100 metri. Una forza distruttiva difficile anche solo da immaginare, capace di propagarsi rapidamente attraverso l’intera regione circostante.
Il professor Gareth Collins dell’Imperial College di Londra, che aveva partecipato al dibattito del 2009 e ha contribuito alle simulazioni numeriche del nuovo studio, ha commentato con una certa soddisfazione. Collins ha sempre ritenuto che l’ipotesi dell’impatto fosse la spiegazione più semplice e coerente con le osservazioni disponibili. Trovare finalmente la prova decisiva permette ora alla comunità scientifica di concentrarsi su qualcosa di ancora più affascinante: capire come gli impatti modellano i pianeti sotto la superficie, un aspetto estremamente difficile da studiare su altri corpi celesti.
Il cratere Silverpit entra così nel ristretto club delle strutture da impatto confermate. Sulla Terra ne esistono circa 200 sulla terraferma e appena 33 sono state identificate sotto gli oceani. La ragione è semplice: la tettonica delle placche e l’erosione cancellano quasi ogni traccia di questi eventi nel corso dei milioni di anni. Silverpit, eccezionalmente ben conservato sotto gli strati sedimentari del Mare del Nord, offre un’opportunità rara per studiare la dinamica degli impatti asteroidi e, soprattutto, per capire cosa potrebbe accadere in caso di una futura collisione.
A livello di importanza, questo cratere si colloca accanto a strutture ben più celebri come il cratere di Chicxulub in Messico, legato all’estinzione dei dinosauri, e il cratere Nadir al largo dell’Africa occidentale, identificato di recente come un altro sito di impatto. Certo, le dimensioni di Silverpit sono decisamente più contenute, ma il suo valore scientifico resta enorme. Ogni cratere confermato aggiunge un tassello alla comprensione della storia violenta del nostro pianeta, e questo in particolare racconta di un giorno lontanissimo in cui il Mare del Nord fu teatro di qualcosa di assolutamente catastrofico.


