Il sondaggio Adobe sull’intelligenza artificiale creativa solleva più di qualche dubbio
Secondo un recente sondaggio di Adobe, il 75% dei creativi considererebbe ormai l’intelligenza artificiale uno strumento essenziale nel proprio lavoro quotidiano. Un dato che fa rumore, certo. Ma basta grattare appena sotto la superficie per capire che la realtà potrebbe essere parecchio diversa da come viene presentata. Il punto critico riguarda proprio chi è stato incluso nel campione del sondaggio Adobe AI, e soprattutto chi ne è rimasto fuori.
Il report in questione si chiama Creators’ Toolkit Report 2026 ed è stato pubblicato da Adobe a fine maggio. L’azienda lo descrive come uno studio globale che esplora il modo in cui i creatori di contenuti stanno integrando l’AI generativa e gli strumenti mobile nei propri flussi di lavoro. E fin qui, niente di strano. Il problema nasce quando si guarda con attenzione alla definizione di “creativo” che Adobe ha scelto di adottare per questa ricerca.
Chi manca dal campione e perché conta
Ecco il nodo. Se la definizione di creativo viene ristretta in modo conveniente, qualsiasi percentuale può raccontare la storia che si vuole raccontare. E non è un dettaglio da poco, perché escludere i creativi tradizionali dal campione significa togliere dal tavolo proprio quelle figure professionali che hanno un rapporto più complesso e spesso conflittuale con gli strumenti di intelligenza artificiale. Illustratori, fotografi, artisti digitali che lavorano con metodi consolidati da anni: queste sono le voci che avrebbero reso il quadro decisamente più sfumato.
Il sondaggio Adobe si concentra invece su una categoria di creator più ampia, probabilmente più giovane e più orientata ai contenuti digitali per i social. Nulla di sbagliato in sé, ma presentare quei numeri come rappresentativi dell’intero mondo creativo è quantomeno fuorviante. Dire che tre quarti dei creativi ritengono l’AI essenziale suona bene in un comunicato stampa, ma perde di credibilità quando si scopre che il campione è stato costruito con criteri piuttosto selettivi.
Il futuro dell’AI creativa tra hype e realtà
Adobe nel suo report guarda anche avanti, verso quella che viene definita AI agentica, cioè sistemi capaci di agire in modo più autonomo nei processi creativi. Una prospettiva affascinante, su cui però vale la pena mantenere un sano scetticismo. Il rischio, come spesso accade con questi grandi annunci, è che l’entusiasmo aziendale corra molto più veloce della realtà sul campo.
Non si tratta di negare che l’intelligenza artificiale stia cambiando il lavoro creativo. Lo sta facendo, e in modi anche interessanti. Ma quando un’azienda che vende strumenti di AI pubblica un sondaggio che celebra l’adozione di quegli stessi strumenti, è lecito alzare un sopracciglio. I numeri di Adobe raccontano una parte della storia. La parte che ad Adobe conviene raccontare.


