Apple e il divertimento perduto: quando l’innovazione era anche gioco
Il rapporto tra Apple e il concetto di divertimento è cambiato parecchio negli ultimi anni. C’è stato un tempo in cui Cupertino sapeva sorprendere, azzardare, perfino sbagliare con un certo gusto. Oggi la sensazione è diversa. La macchina funziona alla perfezione, i conti tornano ogni trimestre, i prodotti continuano a essere desiderabili. Ma qualcosa si è perso lungo la strada. E quel qualcosa ha a che fare con la voglia di rischiare, di essere un po’ più imprevedibili. In sostanza, Apple non è più divertente come un tempo, e vale la pena chiedersi perché.
Che sia chiaro: nessuno sta dicendo che un’azienda debba per forza essere un circo. Avere stabilità, profitti enormi e una pipeline di prodotti solidi è il sogno di qualunque realtà tech. Però un tempo c’era anche dell’altro. C’era l’iPod nano, che ogni anno si presentava con una forma diversa, quasi inspiegabile, come se nemmeno chi lo aveva progettato sapesse bene cosa fosse diventato. C’era l’iPod shuffle, una scommessa folle che non sempre ha funzionato, ma almeno era una scommessa vera. La campagna “Rip, Mix, Burn” flirtava apertamente con una zona grigia legale. Roba che l’Apple di oggi non oserebbe neanche immaginare. Le presentazioni erano dal vivo, imprevedibili: quando qualcosa andava storto durante una demo, Steve Jobs riempiva il silenzio raccontando aneddoti improbabili della sua giovinezza. E funzionava.
Colori spenti e dispositivi sempre più chiusi
Adesso gli eventi sono filmati in anticipo, sceneggiati al millimetro. I risultati trimestrali non fanno più notizia perché tutto è diventato un abbonamento: il software, i servizi, persino l’hardware si può pagare a rate senza interessi. I ricavi scorrono lisci, prevedibili, senza scossoni. Perfetto dal punto di vista finanziario, un po’ noioso da quello umano.
E poi ci sono i colori, o meglio la loro assenza. Apple un tempo osava con tonalità vere: arancioni, verdi, blu accesi. Oggi ogni tanto qualche colore diverso sbuca su un iPhone o un iMac, quasi per errore burocratico, ma la direzione generale è chiara: grigio, grigio scuro, nero e quella sfumatura che chiamano in qualche modo fantasioso ma che resta sostanzialmente grigia. I dispositivi, nel frattempo, sono diventati meno riparabili, meno personalizzabili, più chiusi. Ci sono ragioni tecniche valide per alcune di queste scelte, certo. Ma la sensazione complessiva è che si sia sacrificato un pezzo di libertà creativa sull’altare dell’efficienza.
Cosa aspettarsi dal futuro di Apple
Qualche eccezione esiste. Il piccolo Finder resta un’icona simpatica. Il MacBook Neo, con il suo prezzo accessibile e almeno un paio di colorazioni che l’occhio umano riesce a distinguere dal solito argento, rappresenta un passo nella direzione giusta. Ma altri tentativi di leggerezza sono andati meno bene: Image Playground e la pubblicità “Crush” dello scorso anno sono atterrati come palloncini di piombo.
Con John Ternus alla guida, la speranza è che Apple si conceda qualche rischio in più sul fronte dei prodotti. Colori veri sarebbero già una vittoria facile. Un iPhone pieghevole è certamente un cambio di rotta, ma non è esattamente un’idea rivoluzionaria nel 2025. Per troppi anni la traiettoria dell’iPhone si è riassunta in “più grande, con fotocamere migliori”. Funziona, nessuno lo nega. Solo che non emoziona granché. Sarebbe bello vedere Apple un po’ meno rigida, un po’ più disposta a sperimentare. Anche a costo di sbagliare ogni tanto.


