Lo scienziato che dimostrò l’impatto umano sul clima contesta un rapporto del governo USA
Il cambiamento climatico causato dall’uomo è un fatto scientifico ormai consolidato da decenni di ricerche. Eppure, un rapporto ufficiale del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) ha cercato di sostenere il contrario, citando proprio le ricerche di chi quelle prove le aveva trovate per primo. Una situazione paradossale, che il professor Benjamin Santer, figura chiave nella scienza del clima, ha deciso di affrontare di petto con una nuova pubblicazione scientifica.
Santer, professore onorario presso la University of East Anglia, fu tra i primi ricercatori a identificare una vera e propria “impronta digitale” dell’attività umana nel sistema climatico terrestre. Il suo lavoro contribuì in modo determinante al rapporto del 1995 dell’IPCC (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), il primo a concludere ufficialmente che esistevano prove sufficienti di un’influenza umana riconoscibile sul clima globale.
Nel luglio 2025, però, il DOE ha pubblicato un rapporto che, pur citando le ricerche di Santer, ne ha ribaltato le conclusioni. Particolare non trascurabile: quel rapporto è uscito lo stesso giorno in cui l’Agenzia per la protezione ambientale (EPA) proponeva di cancellare il cosiddetto “endangerment finding” del 2009, cioè la base legale che consente di regolamentare le emissioni di gas serra da veicoli, centrali elettriche e impianti industriali. L’amministrazione Trump ha poi proceduto a revocare quella disposizione, sollevando preoccupazioni enormi tra la comunità scientifica e tra chi si occupa di salute pubblica.
La risposta della comunità scientifica: nuove prove e vecchie certezze
In un articolo pubblicato sulla rivista AGU Advances all’inizio di luglio 2026, Santer ha unito le forze con altri tre scienziati di primo piano: Susan Solomon del MIT, David Thompson della University of East Anglia e della Colorado State University, e Qiang Fu della University of Washington. Insieme, hanno riaffermato con dati satellitari aggiornati che l’attività umana sta guidando il riscaldamento globale.
Il punto centrale della loro analisi riguarda la struttura verticale della temperatura atmosferica. Esiste un pattern molto specifico: la troposfera (lo strato più basso dell’atmosfera) si riscalda, mentre la stratosfera (lo strato superiore) si raffredda. Questa combinazione è esattamente quello che i modelli climatici prevedono da oltre cinquant’anni come conseguenza dell’aumento di CO2 e altri gas serra nell’atmosfera. Ed è esattamente quello che i satelliti confermano.
Santer non ha usato mezzi termini: le affermazioni contenute nel rapporto DOE sono “fattualmente scorrette” e quel documento non dovrebbe essere utilizzato come base per decisioni legali o politiche in materia di regolamentazione climatica. Ha anche sottolineato come sia fondamentale correggere errori scientifici nella letteratura peer reviewed, soprattutto quando compaiono in documenti governativi ufficiali.
Un rapporto ancora online, mai ritirato
Quello che rende la situazione ancora più problematica è che il rapporto del DOE non è mai stato ritirato né corretto. Dopo che una causa legale ha evidenziato che il team autore del documento non aveva seguito le procedure federali richieste, il gruppo è stato sciolto nel settembre 2025. Ma il rapporto resta disponibile sul sito del DOE e il segretario all’energia Wright continua a citarlo pubblicamente come fonte attendibile sulla scienza del clima.
Gli autori della nuova analisi segnalano anche che quel documento è stato citato ben 16 volte nella proposta dell’EPA per revocare l’endangerment finding. Insomma, un testo con errori scientifici documentati continua a influenzare decisioni politiche di enorme portata. E questo, per chi fa ricerca sul cambiamento climatico da una vita intera, è qualcosa che non si può semplicemente lasciar correre.


