Denti fossili e stuzzicadenti: la scoperta che ribalta tutto

Date:

I solchi sui denti fossili non sono quello che pensavamo

Quei piccoli segni trovati sui denti fossili dei nostri antenati, quelli che per decenni sono stati interpretati come prova dell’uso di stuzzicadenti primitivi, potrebbero non raccontare affatto la storia che ci siamo sempre raccontati. Uno studio fresco di pubblicazione sull’American Journal of Biological Anthropology ribalta una convinzione radicata nella comunità scientifica: quei solchi non dimostrano necessariamente che gli esseri umani antichi si pulissero i denti con bastoncini o fibre vegetali. Anzi, segni praticamente identici compaiono anche nei primati selvatici, che di stuzzicadenti non ne hanno mai visto uno.

Il gruppo di ricerca, guidato da Ian Towle e Luca Fiorenza, ha analizzato oltre 500 denti appartenenti a 27 specie di primati, sia viventi che estinti. Gorilla, oranghi, macachi, colobi e scimmie fossili, tutti provenienti da popolazioni selvatiche. Nessun contatto con spazzolini, bibite gassate o cibi industriali. Usando microscopi e scansioni 3D, il team ha documentato ogni minima lesione presente sul colletto dei denti, quelle che tecnicamente si chiamano lesioni cervicali non cariose. Il risultato? Circa il 4% degli individui presentava solchi del tutto simili a quelli trovati sui fossili umani, con tanto di graffi paralleli e forme affusolate. La masticazione naturale, cibi abrasivi o anche semplice sabbia ingerita possono produrre segni che somigliano in modo impressionante a quelli attribuiti all’uso di strumenti.

Un problema tutto nostro: le lesioni da abfrazione

Ma la scoperta forse più sorprendente riguarda un’assenza. In nessuno dei primati esaminati è stata trovata traccia di lesioni da abfrazione, quelle tacche profonde a forma di V che si formano vicino al bordo gengivale e che qualsiasi dentista moderno conosce fin troppo bene. Sono diffusissime negli studi odontoiatrici di tutto il mondo, spesso collegate al bruxismo, allo spazzolamento troppo energico o al consumo di bevande acide. Eppure, nonostante molte delle specie studiate abbiano diete estremamente dure e forze masticatorie notevoli, nemmeno un singolo esemplare mostrava questo tipo di difetto.

Questo vuol dire qualcosa di piuttosto netto: le lesioni da abfrazione sembrano essere un problema esclusivamente umano, legato alle abitudini moderne. Non è la forza del morso a causarle, ma piuttosto lo stile di vita contemporaneo. Diete processate, bevande acide, tecniche di igiene orale aggressive. Si aggiungono così alla lista di problemi dentali quasi sconosciuti tra i primati selvatici ma comunissimi nella nostra specie, come i denti del giudizio inclusi e le malocclusioni.

Perché tutto questo conta, anche fuori dal laboratorio

Può sembrare una questione accademica, roba da paleontologi e poco più. Ma le implicazioni sono concrete. Per chi studia l’evoluzione umana, questi dati rappresentano un campanello d’allarme metodologico: prima di attribuire un significato culturale a un segno trovato su un fossile, bisogna verificare se quel segno può avere cause del tutto naturali. Per la odontoiatria moderna, invece, è un promemoria potente. Molti dei problemi dentali che consideriamo “normali” non lo sono affatto in termini evolutivi. Sono il prodotto di come viviamo adesso.

La direzione futura della ricerca punta ad ampliare i campioni, studiare più a fondo il legame tra dieta e usura dentale nei primati selvatici, e affinare le tecniche di imaging per capire come si formano queste lesioni nel tempo. Quello che sembrava il segno di un’abitudine antichissima potrebbe essere semplicemente il sottoprodotto della masticazione quotidiana. E quello che consideriamo un banale fastidio ai denti potrebbe raccontare molto più di quanto pensiamo sulla distanza tra la nostra biologia e il nostro stile di vita.

Share post:

Subscribe

spot_imgspot_img

Popular

More like this
Related

Acetilcolina: la sostanza nel cervello che aiuta a rompere le cattive abitudini

La sostanza chimica del cervello che aiuta a rompere le cattive abitudini: la scoperta sull'acetilcolina Rompere le cattive abitudini è una delle sfide più complesse che il cervello affronta quotidianamente, eppure un nuovo studio pubblicato su Nature Communications ha individuato un meccanismo...

Pterosauri con piume iridescenti: la scoperta che cambia tutto

Un pterosauro dai colori cangianti: la scoperta che cambia tutto Un fossile di pterosauro vecchio di 120 milioni di anni potrebbe nascondere un segreto che nessuno si aspettava. Una nuova analisi condotta su resti eccezionalmente conservati suggerisce che almeno una specie di questi rettili volanti...

Farmaci GLP-1 e perdita muscolare: l’anticorpo che cambia tutto

Un anticorpo sperimentale promette di proteggere la massa muscolare durante le terapie con farmaci GLP-1 Una delle critiche più ricorrenti ai farmaci GLP-1 come semaglutide e tirzepatide riguarda un effetto collaterale che preoccupa parecchio medici e pazienti: insieme al grasso, si perde anche...

AI e matematica: il risultato è giusto, ma il problema è enorme

Quando l'intelligenza artificiale risolve un problema ma ne crea altri L'**intelligenza artificiale** ha appena dimostrato di saper risolvere un problema matematico complesso. Il risultato è corretto, verificato, solido. Eppure, invece di festeggiare, una parte significativa della comunità...