Il fossile del polpo più antico del mondo non era affatto un polpo
Quella che per oltre vent’anni è stata considerata la prova dell’esistenza del polpo più antico del mondo si è rivelata un clamoroso caso di identità scambiata. Un fossile vecchio di 300 milioni di anni, talmente celebre da essere finito nel Guinness dei primati, non appartiene affatto alla famiglia dei polpi. E la cosa incredibile è che a smascherare l’errore sono stati dei minuscoli denti nascosti nella roccia, invisibili fino a poco tempo fa.
Lo studio, condotto dall’Università di Reading e pubblicato l’8 aprile 2026 sulla rivista Proceedings of the Royal Society B, ribalta una convinzione radicata nella comunità scientifica. Il fossile, noto come Pohlsepia mazonensis, era stato descritto per la prima volta nel 2000, dopo il suo ritrovamento in Illinois, negli Stati Uniti. All’epoca, i ricercatori avevano interpretato alcune caratteristiche morfologiche come braccia, pinne e altri tratti tipici dei polpi, spostando indietro di circa 150 milioni di anni l’origine conosciuta di questi animali. Una scoperta che aveva fatto parecchio rumore.
Come la decomposizione ha ingannato tutti
Il problema, a quanto pare, stava nel modo in cui l’animale era morto. Prima di restare intrappolato nella roccia e fossilizzarsi, il corpo aveva avuto settimane di tempo per decomporsi. E quella decomposizione aveva alterato la forma dell’esemplare al punto da farlo somigliare in modo convincente a un polpo. Un tranello biologico che ha funzionato alla perfezione per un quarto di secolo.
Il dottor Thomas Clements, primo autore dello studio e docente di zoologia degli invertebrati all’Università di Reading, ha spiegato che il fossile del polpo più antico del mondo non è mai stato un polpo. Era in realtà un parente del Nautilus, quell’animale marino dal guscio a spirale che ancora oggi nuota negli oceani e che viene spesso definito un “fossile vivente”. La decomposizione lo aveva semplicemente reso irriconoscibile.
Denti nascosti nella roccia: la prova decisiva
A risolvere il mistero è stata una tecnica di imaging a sincrotrone, capace di produrre fasci di luce estremamente potenti per rivelare strutture nascoste dentro la roccia. Una sorta di indagine forense su un reperto di 300 milioni di anni. I ricercatori hanno scoperto una radula, un organo utilizzato per nutrirsi composto da file di piccoli denti. Il dettaglio chiave era il numero di questi denti per fila: almeno 11, un valore incompatibile con i polpi (che ne hanno sette o nove) ma perfettamente in linea con i nautiloidi, che ne presentano tipicamente 13.
La struttura dentale corrispondeva a quella di una specie nota come Paleocadmus pohli, già ritrovata nello stesso sito fossile di Mazon Creek, in Illinois. Il cerchio si è chiuso.
Questa riclassificazione cambia tutto anche per quanto riguarda la storia evolutiva dei polpi. Le evidenze attuali suggeriscono ora che i polpi siano comparsi molto più tardi, durante il periodo Giurassico. Anche la separazione evolutiva tra polpi e i loro parenti a dieci braccia, come i calamari, andrebbe collocata nell’era Mesozoica, non centinaia di milioni di anni prima come si pensava.
Il fossile, quindi, perde il suo primato nel Guinness ma ne guadagna un altro: rappresenta oggi il più antico esempio conosciuto di tessuto molle di nautiloide mai preservato, superando il precedente record di circa 220 milioni di anni. Come ha detto Clements, è incredibile pensare che una fila di denti microscopici, rimasti nascosti nella roccia per 300 milioni di anni, abbia riscritto quello che sapevamo sull’evoluzione dei polpi.


