Il mistero dell’hantavirus delle Ande: l’unico che si trasmette tra esseri umani
L’hantavirus delle Ande rappresenta un caso unico nel panorama delle malattie infettive, e la comunità scientifica non ha ancora capito perché. Esistono decine di varianti di hantavirus nel mondo, distribuite tra le Americhe, l’Europa e l’Asia. Eppure, solo questa specifica variante, identificata in Sud America, ha dimostrato di potersi trasmettere da persona a persona. Tutti gli altri richiedono un contatto diretto o indiretto con i roditori infetti, tipicamente attraverso l’inalazione di particelle contaminate da feci, urina o saliva degli animali. Qui invece le regole cambiano, e nessuno sa esattamente il motivo.
Cosa rende diverso questo hantavirus
Quando si parla di hantavirus in generale, il meccanismo di contagio è abbastanza chiaro: una persona entra in contatto con materiale biologico di topi o ratti portatori del virus. Può succedere pulendo una soffitta, un capanno, oppure lavorando in aree rurali. Il passaggio tra esseri umani non avviene, o almeno non era mai stato documentato prima che l’hantavirus delle Ande cambiasse le carte in tavola. Alcuni focolai registrati in Argentina e Cile hanno mostrato catene di trasmissione interumana piuttosto evidenti, con contagi avvenuti tra familiari, partner e operatori sanitari. Qualcosa, a livello molecolare o biologico, permette a questo virus di fare il salto che i suoi “cugini” non riescono a compiere.
Le ipotesi sul tavolo sono diverse. Alcuni ricercatori sospettano che la struttura delle proteine di superficie del virus andino sia leggermente diversa, tale da favorire l’ingresso nelle cellule delle vie respiratorie umane in modo più efficiente. Altri pensano che la capacità di replicarsi nel tratto respiratorio superiore possa facilitare l’emissione di particelle virali attraverso le goccioline respiratorie, un po’ come succede con l’influenza. Ma al momento non esiste una risposta definitiva.
Perché la scienza fatica a trovare risposte
Studiare l’hantavirus delle Ande non è semplice. Le aree in cui si verificano i focolai sono spesso remote, le strutture di ricerca non sempre adeguate, e i numeri dei casi restano relativamente bassi rispetto ad altre malattie infettive. Questo rende difficile raccogliere dati sufficienti per costruire modelli solidi. Inoltre, lavorare con hantavirus in laboratorio richiede livelli di biosicurezza elevati, il che limita il numero di centri in grado di condurre esperimenti.
Resta il fatto che capire cosa rende unico questo virus non è solo una curiosità accademica. Se si riuscisse a identificare il meccanismo che consente la trasmissione interumana, si potrebbero sviluppare strategie preventive molto più mirate. E soprattutto, si potrebbe valutare il rischio che altri hantavirus, magari attraverso mutazioni future, acquisiscano la stessa capacità. Un’eventualità che, per quanto remota, gli esperti di virologia preferiscono non sottovalutare.


