Dopo vent’anni, il laser ultraveloce finisce su un chip: la svolta dell’EPFL
Un laser ultraveloce su chip capace di competere con i sistemi da laboratorio grandi quanto un tavolo. Sembra fantascienza, eppure è esattamente quello che un gruppo di ricercatori dell’École Polytechnique Fédérale de Lausanne ha appena dimostrato, pubblicando i risultati sulla rivista Nature il 4 giugno 2026. E la portata di questa innovazione va ben oltre il mondo dell’ottica avanzata.
Per capire perché si tratta di una notizia enorme, bisogna fare un passo indietro. I laser a femtosecondi emettono impulsi della durata di pochi quadrilionesimi di secondo. Sono strumenti fondamentali per la chirurgia oculare, la manifattura di precisione, la spettroscopia e perfino per gli orologi atomici ottici, quelli che rappresentano oggi il riferimento temporale più accurato al mondo. Il problema? Fino a oggi questi laser occupavano interi banchi ottici, pesavano parecchio e costavano una fortuna. Nessuno era mai riuscito davvero a miniaturizzarli senza sacrificarne le prestazioni.
Il team guidato dal professor Tobias J. Kippenberg ha ribaltato questa situazione. Il dispositivo sviluppato all’EPFL eroga impulsi con energia di 1,05 nanojoule e durate fino a 147 femtosecondi, il tutto da un chip fotonico grande più o meno quanto la capocchia di un fiammifero. Numeri che reggono il confronto diretto con i laser da tavolo tradizionali.
L’architettura che nessuno aveva considerato
La chiave del successo sta in un design chiamato oscillatore Mamyshev, un’architettura laser che nel campo della fotonica integrata era stata sostanzialmente ignorata. Il meccanismo funziona così: una guida d’onda non lineare viene posta tra due filtri ottici che trasmettono porzioni diverse dello spettro luminoso. Quando un impulso laser intenso attraversa la guida, si allarga in un ventaglio più ampio di colori e riesce a superare entrambi i filtri, continuando a circolare nella cavità. La luce debole, invece, non si allarga abbastanza e viene eliminata dal ciclo. Una selezione naturale degli impulsi, in pratica.
Zheru Qiu, tra gli autori principali dello studio, ha spiegato che questa architettura è particolarmente adatta ai chip fotonici proprio perché sfrutta a proprio vantaggio gli effetti non lineari della luce confinata in guide d’onda microscopiche. Effetti che in altri design creano instabilità, ma che qui diventano un punto di forza.
Un futuro più piccolo, più economico, più accessibile
La cavità del laser su chip misura 42 centimetri di lunghezza, ma ripiegata occupa uno spazio ridicolmente piccolo. E siccome i chip fotonici si fabbricano con tecniche simili a quelle dei processori per computer, oltre mille cavità laser potrebbero essere prodotte contemporaneamente su un singolo wafer. Questo significa costi drasticamente più bassi e una diffusione potenzialmente capillare della tecnologia.
Le applicazioni pratiche sono numerose e concrete: dalla diagnostica medica portatile al rilevamento di inquinanti ambientali, dall’identificazione di difetti nascosti nei materiali fino a orologi atomici compatti per i sistemi di navigazione e comunicazione del futuro. Con potenze di picco a livello di kilowatt, questo chip può alimentare applicazioni che finora dipendevano esclusivamente da apparecchiature ingombranti e costose.
Vent’anni di attesa per quello che Kippenberg stesso definisce il “sacro Graal della fotonica integrata”. E alla fine, la soluzione era un’architettura elegante che la comunità scientifica aveva semplicemente trascurato. A volte le rivoluzioni tecnologiche non arrivano da scoperte completamente nuove, ma dal guardare con occhi diversi qualcosa che era già lì.


