La peste uccideva già 5.500 anni fa: il DNA antico riscrive la storia delle epidemie
La peste non è solo una questione di topi, città medievali e vicoli sporchi. Uno studio appena pubblicato sulla rivista Nature dimostra che questa malattia stava già falciando vite umane 5.500 anni fa, molto prima che esistessero le città, l’agricoltura su larga scala o quelle condizioni igieniche disastrose che associamo alle grandi epidemie storiche. Un gruppo internazionale di ricercatori ha analizzato il DNA antico estratto da resti umani rinvenuti in quattro cimiteri di cacciatori raccoglitori vicino al lago Baikal, nella Siberia orientale. I risultati sono impressionanti: quasi il 40 percento degli individui esaminati portava tracce di infezione da Yersinia pestis, il batterio responsabile della peste. Un tasso di rilevamento che, secondo gli autori, supera persino quello riscontrato in alcuni siti di sepoltura legati alla peste medievale.
Attraverso il sequenziamento del materiale genetico conservato nei denti antichi, il team ha ricostruito genomi batterici e identificato ceppi di peste finora sconosciuti. Come ha spiegato Eske Willerslev, professore presso l’Università di Copenaghen e l’Università di Cambridge, il dibattito sulla virulenza delle forme più antiche della malattia va considerato chiuso: quei ceppi erano già altamente letali.
Famiglie sterminate e un enigma archeologico finalmente risolto
Il quadro che emerge incrociando i dati genetici con le evidenze archeologiche e la datazione al radiocarbonio è tanto chiaro quanto drammatico. Nei due cimiteri più grandi, i ricercatori hanno trovato un numero insolitamente alto di bambini e giovani adolescenti tra i morti. Per decenni, gli archeologi non erano riusciti a spiegare questa anomalia. Ora la risposta c’è, ed è la peste. L’archeologo Andrzej Weber dell’Università dell’Alberta, che studia queste sepolture dagli anni Novanta, ha definito la scoperta “straordinaria, ma perfettamente sensata”.
La datazione ha rivelato che molte sepolture si concentrano in archi temporali piuttosto brevi. In alcuni casi, fratelli, sorelle, genitori e figli sembrano essere morti quasi contemporaneamente, e sono stati sepolti insieme. Epidemie rapide, familiari, devastanti. Tutto questo senza ratti, senza pulci e senza le dinamiche di contagio che avrebbero caratterizzato la peste bubbonica secoli dopo.
Un superantigene misterioso e le origini asiatiche della malattia
C’è poi un elemento che rende questi ceppi antichi particolarmente insidiosi. I ricercatori hanno individuato un superantigene distintivo, un fattore genetico capace di produrre tossine e scatenare reazioni immunitarie violente. Questo superantigene non è mai stato trovato nei ceppi storici successivi. Martin Sikora, professore associato all’Università di Copenaghen, ha sottolineato come questa scoperta cambi radicalmente la comprensione delle prime epidemie di peste: anche senza la trasmissione efficiente attraverso le pulci, quei batteri disponevano di una combinazione potente di fattori di virulenza.
Lo studio rafforza anche l’ipotesi che la peste sia emersa originariamente in Asia centrale o nordorientale, diffondendosi poi attraverso le popolazioni di roditori selvatici. Le evidenze archeologiche indicano che i cacciatori raccoglitori del lago Baikal avevano contatti stretti con le marmotte, grossi roditori scavatori che ancora oggi ospitano il batterio. Il contagio probabilmente avveniva per contatto diretto tra animale e uomo.
Questa ricerca, in sostanza, sposta indietro di millenni la cronologia della peste come malattia letale per gli esseri umani. E costringe a riconsiderare l’idea che servissero per forza grandi centri urbani e condizioni insalubri perché una pandemia potesse colpire con ferocia. La morte arrivava anche nelle piccole comunità preistoriche, silenziosa e implacabile.


