Denti fossili grandi quanto la punta di un dito riscrivono la storia dei nostri antenati primati
Piccoli, quasi invisibili, eppure capaci di cambiare tutto quello che sapevamo sulle origini dei primati. Alcuni minuscoli denti fossili ritrovati in Colorado stanno costringendo i paleontologi a rivedere il capitolo più antico della nostra storia evolutiva. A portare lo scompiglio è Purgatorius, un mammifero delle dimensioni di un toporagno che viveva sugli alberi e che rappresenta il più antico parente conosciuto di tutti i primati, esseri umani compresi. Finora i resti di questa creatura erano stati rinvenuti soltanto in Montana e in alcune zone del Canada. Ora, grazie a un ritrovamento nel bacino di Denver, la mappa si allarga verso sud e con essa si aprono scenari del tutto nuovi.
Lo studio, pubblicato sul Journal of Vertebrate Paleontology, descrive i fossili più meridionali di Purgatorius mai scoperti. Parliamo di denti talmente piccoli che starebbero sulla punta del dito di un neonato. Eppure, quei frammenti raccontano qualcosa di enorme: dopo l’impatto dell’asteroide che circa 66 milioni di anni fa cancellò i dinosauri, questo piccolo mammifero si sarebbe diffuso rapidamente verso sud, colonizzando nuovi territori in tempi geologicamente brevi. Una cosa che prima sembrava impossibile, visto che si pensava che la devastazione delle foreste avesse bloccato la sua espansione.
Come sono stati trovati e perché erano sfuggiti fino a oggi
La risposta sta nel metodo. Per decenni, la raccolta di fossili in queste aree si è basata su tecniche tradizionali, ottime per trovare ossa visibili a occhio nudo, ma del tutto inadeguate quando si parla di resti microscopici. Il team guidato dal dottor Stephen Chester della Brooklyn College e dal dottor Tyler Lyson del Denver Museum of Nature and Science ha adottato un processo chiamato screen washing, che prevede il lavaggio sistematico dei sedimenti per recuperare anche i frammenti più minuti. Un lavoro certosino, sostenuto da un finanziamento di quasi 3 milioni di dollari dalla National Science Foundation, che ha coinvolto studenti e volontari per innumerevoli ore di setacciatura.
Ed ecco che, tra resti di pesci, coccodrilli e tartarughe, sono spuntati quei denti di Purgatorius. Il dettaglio più interessante? Secondo il dottor Jordan Crowell, ricercatore post dottorato al museo di Denver, quei denti potrebbero appartenere a una specie ancora sconosciuta. Presentano infatti una combinazione unica di caratteristiche rispetto alle specie già note. Per ora la cautela è d’obbligo: servono altri ritrovamenti per confermare l’ipotesi, ma la possibilità è concreta e decisamente affascinante.
Quando l’assenza di prove non è prova di assenza
Questa scoperta mette in luce un problema che nel mondo della paleontologia si conosce bene ma che troppo spesso viene sottovalutato: il cosiddetto bias di campionamento. Per quasi 150 anni, l’assenza di fossili di primati arcaici nel sud ovest degli Stati Uniti è stata interpretata come un dato biologico reale, come se Purgatorius non fosse mai arrivato laggiù. Invece, semplicemente, nessuno aveva cercato con gli strumenti giusti. È un po’ come cercare un ago in un pagliaio usando solo le mani: serve un setaccio.
Chester lo ha detto chiaramente: i piccoli fossili si perdono facilmente con i metodi convenzionali. E con tecniche più intensive, come lo screen washing, verranno sicuramente alla luce molti altri esemplari importanti. Lyson ha aggiunto che grazie alla collaborazione con la città di Colorado Springs, proprietaria del terreno dove sono avvenuti gli scavi, il team sta costruendo dataset incredibili su come la vita sia rinata dopo quello che definisce “il peggior giorno singolo per la vita sulla Terra”.
Quei denti fossili dal Colorado, insomma, non raccontano solo la storia di un minuscolo mammifero preistorico. Raccontano anche quanto ancora ci sfugga del passato più remoto e quanto basti cambiare prospettiva, o strumento, per riscrivere pagine intere di storia naturale.


