Apple può rimuovere qualsiasi app “con o senza motivo”: il caso Musi

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Apple vince la causa contro Musi: l’App Store può rimuovere qualsiasi app “con o senza motivo”

La rimozione di Musi dall’App Store è stata legittima, e un giudice federale lo ha confermato in modo netto. La causa intentata dall’app di streaming musicale contro Apple si è conclusa con una vittoria schiacciante per Cupertino, e le conseguenze di questa sentenza potrebbero andare ben oltre il singolo caso.

Facciamo un passo indietro. Musi era un’app lanciata nel 2013 da due adolescenti canadesi. Il concetto era semplice: riprodurre video di YouTube in un’interfaccia minimale, mostrare pubblicità proprie (eliminabili con un abbonamento da 5,99 dollari) e permettere agli utenti di creare playlist. Di fatto, si trattava di un servizio di streaming musicale gratuito costruito sopra i contenuti di YouTube, senza però pagare i titolari dei diritti. L’app è stata scaricata decine di milioni di volte prima che Apple decidesse di rimuoverla nel settembre 2024, dopo le pressioni di Sony, della Federazione Internazionale dell’Industria Fonografica (IFPI) e della National Music Publishers Association.

Musi ha reagito portando Apple in tribunale, sostenendo che la rimozione si basasse su accuse di violazione della proprietà intellettuale prive di fondamento. Gli avvocati dell’app si sono spinti a dire che Apple avesse violato il proprio Developer Program License Agreement (DPLA), il contratto che regola il rapporto con gli sviluppatori. Secondo Musi, Apple avrebbe dovuto condurre una revisione approfondita e maturare un “ragionevole convincimento” di violazione prima di procedere alla rimozione.

Il giudice non ha avuto dubbi: il DPLA parla chiaro

La giudice Eumi Lee, del distretto della California settentrionale, ha respinto questa argomentazione senza mezzi termini. Il linguaggio del DPLA è chiaro ed esplicito, ha scritto nella sua ordinanza: Apple può cessare la distribuzione di un’app in qualsiasi momento, con o senza motivo, purché fornisca un avviso di terminazione. E Musi non ha mai contestato di aver ricevuto tale avviso. Il caso è stato archiviato con pregiudizio, il che significa che Musi non può ripresentare le stesse accuse, anche se resta aperta la strada dell’appello.

Ma la vicenda non si è fermata qui. La giudice Lee ha anche sanzionato lo studio legale Winston & Strawn, che rappresentava Musi, per aver sostenuto che Apple avesse ammesso di essersi basata consapevolmente su prove false. Un’accusa che, secondo il giudice, non aveva alcun fondamento fattuale, nemmeno dopo due mesi di analisi dei documenti interni di Apple e deposizioni dei suoi dipendenti. Lee ha ordinato allo studio di pagare le spese legali di Apple relative alla mozione di sanzione, accusando gli avvocati di aver letteralmente “inventato fatti”.

C’è anche un dettaglio che aggiunge colore alla vicenda. Secondo un documento depositato da Apple nel maggio 2025, il fondatore di Musi, Aaron Wojnowski, avrebbe in passato inoltrato ad Apple una email falsificata, apparentemente proveniente da un dirigente di Universal Music Group, nel tentativo di far reintegrare l’app dopo una precedente rimozione. UMG avrebbe poi confermato ad Apple che quella email era fraudolenta.

Cosa cambia per gli sviluppatori dell’App Store

Al di là del caso specifico, questa sentenza potrebbe avere ripercussioni importanti per tutto l’ecosistema degli sviluppatori. Il fatto che un tribunale abbia affermato con tanta chiarezza il diritto di Apple di rimuovere app dall’App Store in base al semplice linguaggio contrattuale del DPLA rappresenta un precedente significativo. Per qualsiasi sviluppatore che in futuro volesse contestare la rimozione della propria app, dimostrare una violazione contrattuale da parte di Apple sarà ora decisamente più complicato. Il messaggio, volendo semplificare, è questo: chi pubblica sull’App Store accetta le regole di casa Apple, e quelle regole danno a Cupertino un margine di manovra enorme.

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