James Webb scopre la galassia medusa più lontana mai osservata

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Il James Webb ha scoperto la galassia medusa più lontana mai osservata

Una galassia medusa da record è stata individuata nelle profondità dello spazio, e la notizia sta facendo discutere parecchio nella comunità astronomica. Il James Webb Space Telescope ha catturato l’immagine di un oggetto cosmico davvero particolare: una galassia che sfreccia attraverso un ammasso densissimo, lasciandosi dietro lunghe scie di gas e stelle neonate che ricordano, appunto, i tentacoli di una medusa. La luce di questa galassia ha viaggiato per 8,5 miliardi di anni prima di raggiungerci. Questo significa che la stiamo osservando com’era quando l’universo aveva poco più di un terzo della sua età attuale. E quello che racconta non è esattamente rassicurante: l’universo primordiale era probabilmente molto più turbolento e violento di quanto si pensasse.

Il gruppo di ricerca dell’Università di Waterloo, guidato dal dottor Ian Roberts, ha individuato questa galassia medusa analizzando i dati raccolti dal JWST nell’area nota come COSMOS field, una porzione di cielo studiata a fondo da diversi telescopi nel corso degli anni. Quella zona è stata scelta con cura: si trova lontano dal piano affollato della Via Lattea, il che riduce enormemente le interferenze causate da stelle e polveri vicine. In più, è osservabile da entrambi gli emisferi terrestri e non presenta oggetti luminosi in primo piano che possano bloccare la visuale. Insomma, una finestra ideale per guardare lontanissimo.

“Stavamo setacciando una grande quantità di dati da questa regione ben studiata del cielo, sperando di individuare galassie medusa ancora non catalogate,” ha spiegato Roberts. “Nelle prime fasi della nostra ricerca nei dati del JWST, abbiamo notato una galassia medusa distante e mai documentata che ha subito catturato la nostra attenzione.”

Stelle giovanissime nate fuori dalla galassia

La forma della galassia, di per sé, non ha nulla di straordinario: è un disco piuttosto classico. Quello che la rende speciale sono i grumi blu brillante sparsi lungo le sue scie. Quei nodi luminosi sono stelle estremamente giovani. E qui viene il bello: la loro età suggerisce che si siano formate al di fuori del corpo principale della galassia, direttamente nel gas che era stato spinto via.

Il meccanismo responsabile si chiama ram pressure stripping, traducibile come “spogliamento da pressione dinamica”. Quando una galassia attraversa un ammasso pieno di gas caldissimo, quel gas circostante agisce come un vento fortissimo, strappandole via il suo stesso materiale e trascinandolo all’indietro in lunghe strisce. È esattamente questo processo che conferisce alle galassie medusa il loro aspetto così caratteristico e, va detto, piuttosto spettacolare.

Un universo primordiale più aggressivo del previsto

Ed è qui che la scoperta diventa davvero significativa. Fino a poco tempo fa, molti scienziati erano convinti che gli ammassi di galassie a quell’epoca fossero ancora in fase di assemblaggio, troppo immaturi per produrre fenomeni come il ram pressure stripping su larga scala. Questa galassia medusa racconta una storia diversa.

“Il primo dato importante è che gli ambienti degli ammassi erano già abbastanza ostili da strappare via il gas alle galassie,” ha commentato Roberts. “Il secondo è che gli ammassi di galassie potrebbero aver alterato profondamente le proprietà delle galassie molto prima di quanto ci aspettassimo.” E ha aggiunto un dettaglio che fa riflettere: tutte queste dinamiche potrebbero aver contribuito a costruire la vasta popolazione di galassie morte che oggi osserviamo negli ammassi. Galassie che hanno smesso di formare stelle, spente, silenziose.

Se ulteriori ricerche confermeranno questi risultati, potrebbe cambiare radicalmente la comprensione di come gli ambienti cosmici più densi abbiano influenzato l’evoluzione delle galassie miliardi di anni fa. Roberts e il suo team hanno già fatto richiesta di tempo di osservazione aggiuntivo con il JWST per studiare questa galassia medusa ancora più nel dettaglio. Lo studio, pubblicato su The Astrophysical Journal nel marzo 2026, porta un titolo che non lascia dubbi: “JWST Reveals a Candidate Jellyfish Galaxy at z=1.156.” Una scoperta che, nel suo piccolo, potrebbe riscrivere un pezzo importante di storia cosmica.

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