I campioni di Darwin analizzati senza aprire i barattoli: la tecnologia laser che cambia tutto
I campioni di Darwin raccolti quasi duecento anni fa durante il leggendario viaggio sulla HMS Beagle sono stati analizzati senza nemmeno svitare il coperchio dei barattoli che li custodiscono. Sembra fantascienza, eppure è esattamente quello che un gruppo di scienziati è riuscito a fare grazie a una tecnica laser portatile capace di “guardare dentro” i contenitori sigillati. La notizia, pubblicata sulla rivista ACS Omega nel gennaio 2026, apre scenari enormi per la conservazione museale e per la ricerca sulla storia naturale.
Parliamo di 46 esemplari storici conservati al Natural History Museum di Londra: mammiferi, rettili, pesci, meduse, gamberi. Tutti raccolti da Charles Darwin e da altri naturalisti durante le prime grandi spedizioni scientifiche dell’Ottocento. Fino a oggi, per capire cosa contenessero quei barattoli, l’unica opzione era aprirli. E aprirli significava rischiare evaporazione, contaminazione, danni ambientali irreversibili. Adesso non più.
Come funziona la spettroscopia SORS sui campioni di Darwin
La tecnica si chiama Spatially Offset Raman Spectroscopy, abbreviata in SORS. Il principio è relativamente semplice da capire, anche senza una laurea in fisica: un raggio laser viene diretto contro la parete del barattolo. La luce attraversa il vetro, interagisce con il liquido di conservazione all’interno e torna indietro leggermente modificata. Quelle minuscole variazioni nella lunghezza d’onda raccontano la composizione chimica del fluido, senza toccare nulla.
La tecnologia è stata sviluppata originariamente presso il Central Laser Facility dello STFC (Science and Technology Facilities Council) ed è già utilizzata nei scanner di sicurezza aeroportuali in tutto il mondo, tramite Agilent Technologies. Il fatto che ora venga applicata ai campioni di Darwin è un salto concettuale notevole.
I risultati parlano chiaro: nell’80% dei casi i ricercatori sono riusciti a identificare correttamente il fluido di conservazione. In un ulteriore 15% l’identificazione è stata parziale, ma comunque utile. La tecnica ha anche rivelato se i contenitori fossero in vetro o in plastica, un dettaglio che aiuta a ricostruire come le pratiche di conservazione museale si siano evolute nel tempo.
Un dato interessante emerso dall’analisi: le pratiche di conservazione variavano parecchio a seconda del tipo di organismo e dell’epoca. Mammiferi e rettili venivano spesso trattati con formalina prima di essere immersi in etanolo. Gli invertebrati, invece, finivano in un mix più variegato di soluzioni tamponate, formalina, oppure miscele con additivi come il glicerolo.
Perché questa scoperta conta per i musei di tutto il mondo
Ecco il punto che rende questa ricerca davvero rilevante: nei musei del mondo sono custoditi oltre 100 milioni di esemplari conservati in liquido. Per chi gestisce queste collezioni, sapere esattamente cosa contiene ogni singolo barattolo è fondamentale. I fluidi si degradano, evaporano, cambiano composizione nel tempo. E quando succede, gli esemplari possono deteriorarsi in modo irreparabile.
La dottoressa Sara Mosca del Central Laser Facility ha spiegato che fino a questo momento monitorare lo stato dei fluidi richiedeva necessariamente di aprire i contenitori, compromettendo potenzialmente l’integrità degli esemplari. Con la tecnica SORS tutto questo diventa evitabile.
Wren Montgomery, tecnico di ricerca al Natural History Museum, ha sottolineato come questo lavoro rappresenti un passo concreto verso la trasformazione dello studio della storia naturale. Comprendere le condizioni di conservazione degli esemplari e la natura dei fluidi in cui sono immersi potrebbe avere implicazioni enormi sulla cura delle collezioni e sulla loro preservazione per le ricerche future.
Il progetto è nato dalla collaborazione tra lo STFC, il Natural History Museum e Agilent Technologies. Una sinergia tra mondo della ricerca, istituzioni museali e industria tecnologica che ha prodotto qualcosa di concreto e immediatamente applicabile. I campioni di Darwin, raccolti tra il 1831 e il 1836 alle isole Galápagos, continuano così a contribuire alla scienza, quasi due secoli dopo essere stati chiusi in quei barattoli. E stavolta, senza nemmeno bisogno di aprirli.


