Cellule cerebrali nascoste potrebbero fermare l’accumulo di tau nell’Alzheimer: la scoperta che cambia le carte in tavola
Un gruppo di scienziati ha individuato un meccanismo biologico finora sconosciuto che potrebbe avere un impatto enorme sulla comprensione della malattia di Alzheimer. Al centro di tutto ci sono delle cellule cerebrali poco studiate, chiamate taniciti, che sembrano svolgere un ruolo cruciale nell’eliminazione della proteina tau tossica dal cervello. Quando queste cellule smettono di funzionare correttamente, la tau si accumula, e sappiamo bene che questo accumulo è uno dei tratti distintivi dell’Alzheimer. Lo studio, pubblicato l’8 marzo 2026 sulla rivista Cell Press Blue, apre scenari terapeutici che fino a poco tempo fa nessuno avrebbe immaginato.
Ma facciamo un passo indietro. La proteina tau, in condizioni normali, svolge funzioni utili per la stabilità delle cellule nervose. Il problema nasce quando questa proteina si aggrega in modo anomalo, formando i cosiddetti “grovigli neurofibrillari” che danneggiano progressivamente il tessuto cerebrale. Capire come il cervello gestisce e smaltisce la tau è quindi una delle grandi sfide della ricerca sull’Alzheimer. Ed è proprio qui che entrano in gioco i taniciti.
Cosa sono i taniciti e perché contano così tanto
I taniciti sono cellule non neuronali situate principalmente nel terzo ventricolo cerebrale. Non sono neuroni, non trasmettono impulsi elettrici, eppure hanno un compito fondamentale: funzionano come una sorta di ponte biologico tra il liquido cerebrospinale (quello che circonda cervello e midollo spinale) e il flusso sanguigno. In pratica, aiutano a trasportare segnali metabolici avanti e indietro, mantenendo una comunicazione efficiente tra il sistema nervoso centrale e il resto dell’organismo.
Quello che gli scienziati hanno scoperto adesso è che i taniciti non si limitano a trasportare segnali. Svolgono anche un’azione di “pulizia”, catturando la proteina tau dal liquido cerebrospinale e convogliandola verso il sangue, dove il corpo può eliminarla. Il team guidato da Vincent Prévot dell’INSERM, in Francia, ha combinato esperimenti su animali, studi su colture cellulari e analisi di tessuti provenienti da pazienti umani affetti da Alzheimer. I risultati sono stati sorprendenti.
Nei cervelli dei pazienti con Alzheimer, i taniciti apparivano frammentati, danneggiati, con alterazioni nell’espressione genica legate proprio alla funzione di trasporto. Come ha spiegato lo stesso Prévot: “Siamo riusciti a dimostrare, sia nei modelli animali sia in quelli cellulari, che i taniciti sono effettivamente coinvolti nella rimozione della tau. Ma la cosa davvero rilevante è che nei cervelli umani di pazienti con Alzheimer queste cellule risultavano compromesse a livello strutturale e funzionale.”
Nuove strade terapeutiche, ma con cautela
La tentazione di gridare alla svolta è forte, ma gli stessi ricercatori invitano alla prudenza. Proteggere la salute dei taniciti potrebbe effettivamente rallentare la neurodegenerazione, migliorando la capacità del cervello di eliminare la tau tossica. Tuttavia, sviluppare terapie mirate su queste cellule presenta diverse difficoltà. Una delle principali riguarda la mancanza di modelli animali davvero affidabili che riproducano fedelmente la malattia di Alzheimer in tutte le sue sfaccettature. Serve anche coinvolgere gruppi di pazienti più ampi e condurre studi a lungo termine per stabilire con certezza il rapporto causa ed effetto tra la disfunzione dei taniciti e l’accumulo di tau.
“Le nostre scoperte forniscono la prima evidenza di alterazioni strutturali e funzionali in queste cellule cerebrali poco conosciute ma fondamentali nella malattia umana”, ha sottolineato Prévot. È un punto di partenza, non di arrivo. Ma è un punto di partenza che potrebbe ridisegnare l’approccio alla prevenzione e al trattamento dell’Alzheimer.
Lo studio è stato sostenuto dall’European Research Council, dai National Institutes of Health, dalla Fondation pour la Recherche Médicale e dalla Fondation NRJ per le Neuroscienze. Parliamo di un lavoro multidisciplinare di ampio respiro, con decine di ricercatori coinvolti da istituzioni internazionali. Il fatto che cellule così poco studiate possano avere un ruolo tanto importante nella malattia neurodegenerativa più diffusa al mondo la dice lunga su quanto ci sia ancora da scoprire. E su quanto, a volte, le risposte si nascondano proprio dove nessuno pensa di cercare.


