Mezzo secolo di Apple raccontato da chi lo ha vissuto sulla propria pelle
Apple ha compiuto 50 anni, e c’è chi può dire di aver scritto professionalmente sulla casa di Cupertino per due terzi della sua esistenza. Fa un certo effetto, quasi come sentirsi trasformare in polvere portata via dalla brezza primaverile. Ma questa è una storia che vale la pena raccontare, perché intreccia la passione per il Mac, il giornalismo tecnologico e le montagne russe di un’azienda che ha rischiato di sparire prima di diventare la più grande al mondo.
Tutto è cominciato in un campus universitario, quando il giornale del college ha adottato un flusso di lavoro interamente basato sul Mac. Chi arrivava con il proprio Apple IIe sotto braccio e iniziava a usare il Mac, non tornava più indietro. Il lavoro nella redazione universitaria ha tracciato una doppia strada: da un lato il giornalismo, dall’altro la tecnologia. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, prima che il mondo scoprisse internet, le reti erano già una realtà nei campus americani. Proprio lì è nata una rivista distribuita esclusivamente online, troppo in anticipo sui tempi per trasformarsi in una vera carriera.
La passione per il Mac si è trasformata presto in ossessione. Sfogliare con avidità le riviste dedicate prima di acquistare il primo PowerBook, fare da assistente in un corso di desktop publishing, e poi conoscere Pam Pfiffner, all’epoca senior editor di MacUser. L’estate del 1993 è stata quella degli stage, dei CD ROM e di tante cose terribilmente anni Novanta. Quando è arrivata l’offerta di un lavoro fisso, era impossibile rifiutare.
Il periodo più buio e la rinascita con Steve Jobs
Eppure, nonostante l’entusiasmo, l’Apple di quegli anni era un disastro. Il primo giorno da dipendente a tempo pieno, un collega ha fatto capolino oltre la parete del cubicolo per chiedere notizie su possibili licenziamenti. Benvenuti nel mondo dell’editoria. Con John Sculley alla guida, l’azienda aveva raggiunto un punto di stagnazione. L’arrivo di Windows 95 è stato un colpo durissimo: Apple aveva sprecato il suo vantaggio su Microsoft, non riusciva a rilasciare una nuova versione del Mac OS e le vendite stavano crollando. I parenti iniziavano a chiedere se fosse davvero saggio specializzarsi su un’azienda apparentemente al tramonto.
Il 1997 è stato il fondo del barile. Steve Jobs era tornato, ma la situazione sembrava disperata. Le due grandi riviste Mac dell’epoca, MacUser e Macworld, sono state fuse in una sola testata, con licenziamenti che hanno colpito più della metà dei dipendenti. Due settimane dopo quella decisione, Jobs saliva sul palco del Macworld Expo di Boston per annunciare l’investimento di Microsoft in Apple. Pochi mesi più tardi arrivava l’iMac, e tutto ha cominciato a cambiare. Troppo tardi per tanti colleghi e concorrenti, ma appena in tempo per chi è riuscito a restare.
Dal primo iMac all’iPhone, una cavalcata senza freni
L’annuncio dell’iMac ha generato un interesse enorme. Jobs ha eliminato tutti i vecchi standard di connessione Apple, sostituendoli con l’USB, uno shock per gli utenti dell’epoca. L’estate del 1998 è stata dedicata interamente a spiegare come funzionava l’USB e come sopravvivere senza floppy disk. Da quel momento era chiaro che Jobs non avrebbe mai guardato al passato: il suo obiettivo era trascinare Apple nel futuro.
Il successo dell’iMac ha generato abbastanza liquidità per sviluppare Mac OS X, le cui fondamenta reggono ancora oggi ogni piattaforma Apple. L’arrivo dell’iPod nel 2001, e poi degli Apple Store, ha portato il marchio davanti a milioni di persone che non avevano mai posseduto un prodotto Apple. L’effetto alone dell’iPod era reale, e il Mac ne ha beneficiato enormemente.
Poi è arrivato l’iPhone, e tutto è cambiato di nuovo. Al lancio non supportava nemmeno app di terze parti, e per fare uno screenshot bisognava effettuare il jailbreak, collegare il telefono via USB e digitare comandi unix da terminale. Nei sei mesi tra l’annuncio e l’uscita, tutti volevano saperne di più ma nessuno ne aveva uno. Per la copertina della rivista è stato necessario commissionare un modello tridimensionale fotorealistico: la prima foto di copertina dell’iPhone su Macworld era in realtà un rendering in CGI.
Da quel momento, Apple è salita su un razzo. L’azienda che Tim Cook ha ereditato alla scomparsa di Jobs era una frazione di quella attuale. Oggi Apple ha più clienti che mai, e il Mac, un prodotto che ha 42 anni, è più grande di quanto lo sia mai stato. Raccontare questa storia per oltre tre decenni è stato un viaggio incredibile. E la curiosità per quello che verrà dopo non si è mai spenta.


