Il bacino South Pole Aitken e i segreti nascosti sotto la superficie lunare
Gli astronauti delle missioni Artemis potrebbero un giorno camminare sopra rocce provenienti dalle profondità della Luna senza nemmeno dover scavare. Sembra fantascienza, eppure due studi recenti guidati dai ricercatori del Center for Lunar Origin and Evolution, parte del Southwest Research Institute, raccontano esattamente questo scenario. Un impatto colossale avvenuto miliardi di anni fa avrebbe sparso materiale proveniente dal mantello lunare proprio nelle aree candidate per i futuri atterraggi vicino al polo sud della Luna.
Al centro di tutto c’è il bacino South Pole Aitken, la struttura da impatto più grande e antica conosciuta sulla Luna. Si trova sul lato nascosto del nostro satellite e rappresenta una sorta di finestra aperta sulla storia primordiale del sistema solare. I ricercatori hanno usato simulazioni al computer piuttosto sofisticate per ricostruire l’evento che lo ha generato, e il quadro che ne esce è affascinante. L’oggetto che ha colpito la Luna arrivava da nord, viaggiando verso sud, e ha impattato con un angolo radente. Non era un semplice blocco di roccia: si trattava probabilmente di un corpo differenziato, con un nucleo di ferro circondato da materiale roccioso. Una specie di piccolo protopianeta. Questa dinamica spiega la forma allungata e rastremata del bacino, qualcosa che i modelli precedenti faticavano a giustificare.
Rocce dal profondo della Luna a portata di astronauta
La parte davvero interessante arriva con il secondo studio, che si è concentrato su dove sia finito tutto quel materiale scagliato fuori dall’impatto. Utilizzando le misurazioni gravitazionali ad alta risoluzione della missione GRAIL della NASA, il team ha scoperto che grandi quantità di rocce derivate dal mantello sono mescolate nel bacino e nella coltre di detriti che lo circonda. Impatti successivi avvenuti all’interno del bacino South Pole Aitken potrebbero poi aver riportato in superficie parte di questi depositi sepolti, rendendoli potenzialmente accessibili.
Gabriel Gowman, dell’Università dell’Arizona, ha sottolineato che una parte di questo materiale profondo potrebbe trovarsi, anche se in quantità ridotte, nelle regioni considerate per gli atterraggi delle missioni Artemis. Il che cambia parecchio le prospettive scientifiche di quelle missioni. Non si parla più solo di esplorare la superficie, ma di avere tra le mani campioni che raccontano cosa succede centinaia di chilometri sotto la crosta lunare.
Una mappa per le prossime esplorazioni
William Bottke, direttore del CLOE, ha descritto la combinazione dei due studi come una vera e propria mappa scientifica che indica non solo come si è formato il bacino, ma soprattutto dove cercare le rocce giuste per rispondere alle domande fondamentali sull’origine e l’evoluzione della Luna. I due articoli sono stati pubblicati rispettivamente su Science Advances e sul Journal of Geophysical Research: Planets nel giugno 2026.
Quello che rende tutto questo particolarmente concreto è il collegamento diretto con il programma Artemis. Le aree dove potrebbe trovarsi materiale del mantello lunare coincidono in parte con le zone di atterraggio proposte. Gli astronauti, in pratica, potrebbero raccogliere frammenti delle viscere della Luna semplicemente chinandosi a raccogliere una roccia dal suolo. Non capita spesso che la geologia profonda di un corpo celeste si presenti così, quasi in superficie, pronta per essere studiata.


