Entanglement quantistico in un cristallo grande quanto una mano: la scoperta che cambia le regole
Un team di ricercatori della TU Wien ha trovato prove convincenti di entanglement quantistico all’interno di un cristallo largo un centimetro, abbastanza grande da poterlo tenere comodamente nel palmo della mano. Una scoperta che ribalta parecchie certezze, perché i fenomeni quantistici si associano da sempre a oggetti microscopici: atomi, fotoni, molecole isolate con estrema cura dal mondo esterno. E invece no, anche la materia macroscopica può comportarsi in modi profondamente quantistici.
Il cristallo in questione è composto da cerio, palladio e silicio e appartiene alla famiglia dei cosiddetti metalli strani, materiali che da anni incuriosiscono la comunità scientifica per le loro proprietà anomale e ancora in gran parte misteriose. Per analizzarlo, il dottorando Federico Mazza ha bombardato il cristallo con neutroni presso l’Institut Laue Langevin di Grenoble, misurando la risposta del materiale con una tecnica chiamata quantum Fisher information, uno strumento nato nell’ambito della scienza dell’informazione quantistica.
Dal gatto di Schrödinger al formicaio quantistico
La professoressa Silke Bühler Paschen, dell’Istituto di Fisica dello Stato Solido della TU Wien, ha spiegato l’approccio con un’immagine piuttosto efficace. Non si trattava di portare l’intero cristallo in una sovrapposizione di stati, come nel celebre paradosso del gatto di Schrödinger. L’obiettivo era capire se le particelle al suo interno agissero collettivamente, un po’ come le formiche di un formicaio che rispondono tutte insieme quando il nido viene disturbato. E i risultati hanno dato ragione a questa intuizione: l’analisi ha rivelato che gruppi di almeno nove entità agiscono in modo coordinato, un segnale chiaro di entanglement multipartito forte.
La quantum Fisher information funziona così: misura quanto un sistema quantistico reagisce a una perturbazione. Se le particelle sono indipendenti, la risposta è limitata. Ma se sono entangled, il sistema risponde in modo molto più intenso della somma delle singole parti. Proprio questa sensibilità amplificata è stata rilevata nel cristallo, e non può essere spiegata con particelle che agiscono ognuna per conto proprio.
Perché questa scoperta conta davvero
Al di là della portata teorica, la ricerca pubblicata su Nature Physics nel luglio 2026 apre scenari concreti. Già nel 2025, studi condotti dalla TU Wien insieme alla Rice University avevano mostrato che la corrente elettrica nei metalli strani presenta un rumore insolitamente basso. L’entanglement quantistico ora osservato potrebbe spiegare il perché: le particelle, coordinandosi, sopprimono le fluttuazioni della corrente.
Fakher Assaad, dell’Università di Würzburg e responsabile teorico dello studio, ha sottolineato che non si tratta di una peculiarità di un singolo materiale, ma di un principio fisico generale. L’entanglement forte sembra essere direttamente collegato al comportamento anomalo dei metalli strani, e potenzialmente anche a quello dei superconduttori ad alta temperatura.
Il gruppo di ricerca guarda già avanti. L’idea è verificare se questi materiali possano diventare risorse per le tecnologie quantistiche del futuro, in particolare per sistemi di metrologia quantistica capaci di rilevare segnali estremamente deboli con una precisione senza precedenti. È il tipo di scoperta che non fa rumore sui social, ma che potrebbe cambiare silenziosamente il modo in cui la fisica dei materiali e la scienza dell’informazione quantistica si parlano tra loro.


