Perdita di appetito quando si è malati: la scoperta che cambia tutto

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Perché quando ci si ammala sparisce la fame: la scoperta che cambia tutto

La perdita di appetito durante le infezioni è un’esperienza che praticamente chiunque conosce bene. Quel momento in cui il cibo smette di interessare, anche quando i sintomi peggiori sembrano già passati. Per anni la scienza ha cercato di capire cosa succede davvero nel corpo quando scatta questo meccanismo, e ora un gruppo di ricercatori della University of California San Francisco ha trovato una risposta sorprendente. Lo studio, pubblicato su Nature il 25 marzo 2026, svela un sistema di comunicazione tra intestino e cervello più sofisticato di quanto si pensasse, e potrebbe aprire la strada a nuove terapie per diversi disturbi digestivi.

Il punto di partenza è semplice: milioni di persone nel mondo convivono con infezioni parassitarie croniche e perdono progressivamente l’interesse per il cibo. Ma nessuno aveva mai capito con precisione quale fosse il percorso biologico dietro questa perdita di appetito. David Julius, premio Nobel per la Fisiologia o Medicina nel 2021, lo ha spiegato così: la domanda non era solo come il sistema immunitario combatte i parassiti, ma come recluta il sistema nervoso per modificare il comportamento.

Il dialogo nascosto tra cellule dell’intestino e cervello

Il meccanismo ruota attorno a due tipi di cellule piuttosto rare presenti nell’intestino. Le cellule tuft funzionano come sentinelle: individuano i parassiti e attivano le difese immunitarie. Le cellule enterocromaffini (EC), invece, rilasciano segnali chimici che stimolano le vie nervose collegate al cervello. Il problema era capire se questi due tipi di cellule comunicassero tra loro in modo diretto.

Koki Tohara, ricercatore post dottorato alla UCSF, ha usato un approccio ingegnoso: cellule sensore ingegnerizzate piazzate accanto alle cellule tuft sotto il microscopio. Quando queste ultime venivano esposte al succinato, una sostanza rilasciata dai vermi parassiti, le cellule sensore si illuminavano. Le cellule tuft stavano rilasciando acetilcolina, una molecola di segnalazione normalmente associata ai neuroni. E quando l’acetilcolina raggiungeva le cellule EC coltivate in laboratorio, queste rispondevano producendo serotonina, che a sua volta attivava le fibre del nervo vago, il collegamento diretto tra intestino e cervello.

In pratica, le cellule tuft fanno qualcosa che di solito fanno solo i neuroni, ma con un meccanismo completamente diverso. Una scoperta che ha sorpreso anche gli stessi ricercatori.

Perché la fame non sparisce subito ma solo dopo qualche giorno

C’è un dettaglio che rende tutto ancora più interessante. La perdita di appetito durante le infezioni non è immediata, e ora si capisce il perché. Le cellule tuft rilasciano acetilcolina in due fasi distinte. Prima arriva un breve impulso iniziale, quasi un segnale di allerta. Poi, man mano che la risposta immunitaria si rafforza e il numero di cellule tuft aumenta, parte un rilascio lento e costante, abbastanza potente da attivare le cellule EC e inviare al cervello il messaggio di smettere di mangiare.

Come ha spiegato Julius, l’intestino aspetta di confermare che la minaccia sia reale e persistente prima di comunicare al cervello di cambiare comportamento. È un sistema elegante, quasi prudente.

I test sui topi hanno confermato tutto: quelli con cellule tuft funzionanti mangiavano progressivamente meno durante l’infezione, mentre quelli incapaci di produrre acetilcolina nelle cellule tuft continuavano ad alimentarsi normalmente. La connessione tra questo percorso di segnalazione intestinale e la perdita di appetito è quindi diretta e verificata.

Le implicazioni vanno ben oltre le infezioni parassitarie. Le cellule tuft si trovano anche nelle vie respiratorie, nella cistifellea e nel sistema riproduttivo. Alterazioni in questo percorso appena identificato potrebbero avere un ruolo nella sindrome dell’intestino irritabile, nelle intolleranze alimentari e nel dolore viscerale cronico. Richard Locksley, immunologo della UCSF, ha sottolineato che controllare i segnali prodotti dalle cellule tuft potrebbe diventare una strategia terapeutica concreta per gestire diverse risposte fisiologiche legate a queste condizioni.

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