Reti da pesca e plastica oceanica diventano strade: il progetto dalle Hawaii

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Reti da pesca e plastica oceanica diventano strade: il progetto che arriva dalle Hawaii

Trasformare la plastica raccolta dall’oceano in asfalto per le strade. Sembra un’idea uscita da un film di fantascienza, eppure è esattamente quello che sta succedendo alle Hawaii, dove un gruppo di ricercatori ha iniziato a mescolare reti da pesca abbandonate e rifiuti plastici domestici nel manto stradale. I primi risultati? Sorprendentemente incoraggianti. Le strade realizzate con plastica riciclata non rilasciano più microplastiche di quelle costruite con asfalto tradizionale. E se i test futuri confermeranno la durabilità di queste pavimentazioni, potremmo trovarci davanti a una soluzione concreta per due problemi enormi: l’inquinamento marino e le discariche che scoppiano.

Il progetto nasce da una necessità molto pratica. Alle Hawaii il riciclo è costoso, complicato dalla logistica insulare, e tonnellate di detriti marini continuano ad accumularsi sulle spiagge e nelle acque circostanti. Jeremy Axworthy, ricercatore presso il Center for Marine Debris Research della Hawaiʻi Pacific University, ha presentato i risultati alla conferenza primaverile dell’American Chemical Society nel giugno 2026, spiegando che riutilizzare i rifiuti plastici già presenti sulle isole ridurrebbe i costi e l’impatto ambientale legati al trasporto, all’incenerimento o allo smaltimento in discarica.

Come funziona l’asfalto con plastica riciclata

Dal 2020, la maggior parte delle strade hawaiane viene costruita con asfalto modificato con polimeri, una tecnica che rende il manto più flessibile e resistente a crepe, deformazioni e danni causati dall’acqua. Il cuore della sperimentazione è stato capire se parte del polimero vergine potesse essere sostituito con plastica di scarto, senza compromettere le prestazioni e senza creare nuovi rischi ambientali.

Il Dipartimento dei Trasporti delle Hawaii ha coinvolto il team guidato dalla chimica ambientale Jennifer Lynch, che oltre a dirigere il centro di ricerca coordina anche il Bounty Project, un programma che paga i pescatori commerciali per recuperare detriti marini. Ad oggi, il progetto ha rimosso 84 tonnellate di reti da pesca abbandonate dal Pacifico. Proprio quelle reti sono finite nell’asfalto sperimentale.

Un’azienda statunitense ha processato la plastica recuperata per renderla compatibile con la produzione di asfalto, dopodiché un’impresa locale ha asfaltato alcuni tratti di una strada residenziale sull’isola di Oahu utilizzando tre miscele diverse: una con il polimero standard, una con polietilene proveniente dal programma di riciclo domestico di Honolulu e una con polietilene estratto dalle reti da pesca. Undici mesi dopo, i ricercatori sono tornati a raccogliere campioni di polvere stradale per verificare l’eventuale rilascio di microplastiche.

Le microplastiche non aumentano, e c’è una spiegazione

L’analisi, condotta con tecniche avanzate di spettrometria di massa, ha rivelato qualcosa di molto interessante. L’asfalto contenente polietilene riciclato non ha rilasciato più polimeri rispetto a quello convenzionale. Le particelle di dimensione microplastica rilevate erano pochissime e, soprattutto, quasi nessuna era identificabile come polietilene puro, indipendentemente dal tipo di pavimentazione. La ragione? La plastica si fonde completamente nel legante dell’asfalto. Quando la strada si consuma, i frammenti che si staccano sono un composto di roccia, legante e polimero insieme, non pezzi isolati di plastica.

Lynch ha aggiunto un dettaglio che fa riflettere: nei dati raccolti, l’usura degli pneumatici produce segnali enormemente più grandi rispetto a qualsiasi traccia di polietilene. Il contributo della plastica riciclata nell’asfalto è letteralmente invisibile rispetto a quello che le gomme delle auto lasciano già sulla strada ogni giorno.

Serviranno ancora anni di monitoraggio per capire come queste strade resistono nel tempo. Ma il messaggio che arriva dalle Hawaii è chiaro: il riciclo della plastica può funzionare, quando si trova la destinazione giusta. E trasformare rifiuti marini in infrastrutture necessarie è un’idea che ha molto più senso di lasciarli marcire in una discarica o galleggiare nell’oceano.

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