Rocce a “pelle di elefante” riscrivono la storia della vita negli oceani profondi

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Rocce a “pelle di elefante” riscrivono la storia della vita antica negli oceani profondi

Una formazione rocciosa rugosa trovata in Marocco sta costringendo la comunità scientifica a rivedere alcune certezze sulla vita microbica nei fondali oceanici. Le cosiddette rocce a pelle di elefante, con la loro superficie increspata e bizzarra, non sono il tipo di struttura che ci si aspetterebbe di trovare in sedimenti di acque profonde. Eppure è esattamente quello che la geologa Rowan Martindale ha scoperto durante un’escursione nel 2016, aprendo la strada a una ricerca che potrebbe cambiare parecchie cose nel modo in cui vengono interpretati i fossili antichi.

Martindale, professoressa associata alla Jackson School of Geosciences dell’Università del Texas ad Austin, stava camminando su un pendio quando ha notato una lastra di roccia sedimentaria coperta da una texture rugosa, incredibilmente simile alla pelle di un elefante. Il dettaglio che non tornava? Quella roccia proveniva da un ambiente oceanico profondo, circa 180 metri sotto la superficie. E secondo le conoscenze consolidate, le strutture microbiche responsabili di quel tipo di pattern si formavano solo in acque basse, dove la luce del sole poteva alimentare i microrganismi.

Quando il fondale racconta una storia diversa

La spiegazione tradizionale per strutture simili in acque profonde puntava sempre verso cause puramente fisiche: frane sottomarine che spingono il sedimento creando creste e solchi. Ma Martindale non era convinta. Aveva studiato strutture del genere durante il dottorato, riconosceva l’impronta della vita microbica e non voleva lasciar perdere. Quella testardaggine scientifica ha dato i suoi frutti.

In uno studio pubblicato sulla rivista Geology, Martindale e il suo team propongono un’interpretazione nuova e affascinante. La frana sottomarina c’è stata, sì, ma non ha creato direttamente le rughe. Ha invece trasportato nutrienti sul fondale, fornendo il carburante necessario a comunità microbiche che non dipendevano dalla luce solare. Questi microrganismi utilizzavano un processo chiamato chemiosintesi, ricavando energia da reazioni chimiche piuttosto che dalla fotosintesi. Il rilascio di composti tossici a base di zolfo avrebbe poi tenuto lontani gli animali marini, permettendo ai tappeti microbici di prosperare indisturbati.

Non è fantascienza: ecosistemi simili esistono ancora oggi. I cosiddetti siti di “whale fall”, dove le carcasse di balena affondano sul fondale, creano ambienti temporanei ma ricchissimi dove le comunità microbiche si sviluppano rapidamente sfruttando energia chimica.

Fossili nascosti in bella vista

La scoperta delle rocce a pelle di elefante in Marocco ha implicazioni che vanno ben oltre quel singolo affioramento. Se le comunità chemiosintetiche erano più diffuse di quanto si pensasse nel Giurassico inferiore, oltre 180 milioni di anni fa, allora i loro fossili potrebbero essere molto più comuni di quanto la scienza abbia finora riconosciuto. Il problema è che per decenni queste strutture rugose sono state catalogate come formazioni puramente geologiche, senza considerare l’origine biologica.

Jake Bailey, professore all’Università del Minnesota, ha commentato che i risultati sfidano assunti radicati. “Nel presente, alcuni dei più grandi ecosistemi microbici del pianeta si trovano nell’oceano buio”, ha spiegato. E questa ricerca dimostra che certe strutture sedimentarie antiche potrebbero testimoniare la presenza di organismi che vivevano di chimica, non di luce.

Martindale stessa ammette che la terminologia scientifica non aiuta. La parola “rugoso” può significare troppe cose, e manca un linguaggio diagnostico preciso per distinguere tra strutture fisiche e biologiche. Un vuoto che potrebbe aver portato a interpretazioni errate per anni. La ricerca, finanziata dalla National Science Foundation, apre quindi un capitolo tutto nuovo nello studio della vita antica negli abissi oceanici. E tutto è partito da una passeggiata su una collina marocchina, con gli occhi giusti per vedere quello che altri avevano probabilmente ignorato.

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