CAR T, scoperta la proteina che sabota la terapia contro il cancro

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Una proteina potrebbe essere il freno principale della terapia CAR T contro il cancro

La terapia CAR T è una delle frontiere più promettenti nella lotta contro i tumori, eppure qualcosa continua a limitarne l’efficacia. Un gruppo di ricercatori della Columbia University e dell’Ospedale Universitario di Tubinga ha individuato il possibile colpevole: una proteina chiamata NFIL3, che sembra responsabile dell’esaurimento progressivo delle cellule immunitarie ingegnerizzate. La scoperta, pubblicata sulla rivista Cancer Discovery nel giugno 2026, potrebbe cambiare radicalmente le regole del gioco per chi si occupa di immunoterapia oncologica.

Per capire il peso di questa scoperta, vale la pena fare un passo indietro. La terapia CAR T funziona così: si prelevano le cellule immunitarie del paziente, si modificano geneticamente perché riconoscano le cellule tumorali, e poi si reinfondono nel corpo. Il problema è che queste cellule, dopo un po’, si “stancano”. Perdono potenza, smettono di funzionare come dovrebbero. Questo fenomeno si chiama esaurimento delle cellule T, ed è il motivo principale per cui la terapia CAR T funziona bene contro alcuni tumori del sangue ma fatica enormemente contro i tumori solidi.

Come NFIL3 sabota le cellule immunitarie

Il team guidato dal professor Michel Sadelain, considerato uno dei padri della terapia CAR T, ha analizzato circa 400 fattori di trascrizione, cioè proteine che decidono quali geni si attivano e quali restano spenti all’interno delle cellule. Da questa analisi su larga scala è emerso che NFIL3 gioca un ruolo centrale nel processo di esaurimento. Quando i ricercatori hanno disattivato questa proteina utilizzando la tecnologia CRISPR/Cas9, le cellule CAR T hanno mostrato una resistenza notevolmente superiore: restavano attive più a lungo, si moltiplicavano con maggiore efficienza e mantenevano una capacità antitumorale decisamente più forte.

“Spegnere NFIL3 potrebbe rappresentare un passo decisivo per migliorare significativamente la potenza a lungo termine delle cellule CAR T“, ha spiegato la professoressa Judith Feucht, che oltre a condurre ricerca lavora quotidianamente con pazienti pediatrici oncologici presso l’Ospedale Universitario di Tubinga.

Risultati nei modelli animali e prospettive future

I benefici della rimozione di NFIL3 sono stati confermati in diversi modelli murini. Le cellule CAR T prive di questa proteina hanno controllato i tumori in modo più efficace e contribuito ad allungare la sopravvivenza degli animali trattati. Risultati che aprono una strada concreta verso il miglioramento della terapia CAR T anche per quei tumori solidi che oggi rappresentano una sfida quasi insormontabile.

Celina May, co-prima autrice dello studio, ha sottolineato come l’obiettivo sia proprio quello di rendere le cellule CAR T efficaci anche contro i tumori solidi, un traguardo che la comunità scientifica insegue da anni. La professoressa Feucht lavora all’interno dell’unico Cluster di Eccellenza tedesco in oncologia, l’iFIT, seguendo un approccio che punta a tradurre le scoperte di laboratorio in trattamenti reali per i pazienti.

Naturalmente, prima di poter testare questa strategia sulle persone serviranno ulteriori studi e sperimentazioni cliniche. Ma i dati raccolti finora offrono una base solida e, soprattutto, una direzione chiara. Se la disattivazione di NFIL3 dovesse funzionare anche nell’essere umano, potrebbe ampliare enormemente il raggio d’azione della terapia CAR T, portandola dove oggi non riesce ad arrivare. E per chi combatte ogni giorno contro il cancro, anche una singola proteina in meno può fare tutta la differenza del mondo.

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